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Introduzione (*)

(*) Introduzione di Gianmarco Cossandi, comune a Le carte del monastero di S. Sepolcro di Astino. II (1118-1145)

Il monastero del Santo Sepolcro di Astino [1], situato nei pressi della città di Bergamo, ai piedi dei rilievi collinari che si estendono verso Lònguelo e la Crocetta di Mozzo, in una posizione equidistante tanto dalla strada che collegava Bergamo a Milano quando dalla via verso Lecco e Como, è una delle sei fondazioni che i Vallombrosani realizzarono nell'Italia settentrionale nel corso dei primi decenni del XII secolo [2].

Una tradizione storiografica che ebbe origine nel XVII e XVIII secolo [3], ripresa anche in epoca più recente [4], individua in Bertario, un monaco proveniente da Brescia, il fondatore e primo abate del monastero di Astino; la notizia non trova tuttavia riscontri oggettivi nella documentazione, tanto che attestazioni precise circa la durata del suo abbaziato esistono soltanto per gli anni dal 1120 al 1128.

A lungo gli storici hanno anche discusso se la data di fondazione del monastero andasse collocata negli ultimi decenni dell'XI secolo o ai primi anni del XII [5]. Le fonti di cui disponiamo consentono di collocare l'arrivo dei monaci vallombrosani presumibilmente qualche anno prima del 1107, a ridosso della conclusione della prima crociata, nell'intervallo tra gli episcopati di Arnolfo (1077-1098) e Ambrogio III da Mozzo (1111-1133), quando la diocesi bergamasca, in seguito alla scomunica comminata al vescovo Arnolfo a motivo della sua partecipazione allo scisma guibertino, fu retta da Alberto di Sorlasco, arciprete della cattedrale di San Vincenzo [6]. È comunque possibile che già verso la fine dell'XI secolo, in un periodo di grave crisi tra l'episcopato bergamasco e il papato, i Vallombrosani fossero giunti a Bergamo per promuovere l'azione di riforma condotta dal pontefice Gregorio VII e contrastare le pratiche della simonia e del nicolaismo perseguite dal vescovo scismatico [7].

Un esame del materiale documentario relativo al monastero lascerebbe presuppore che la fondazione del monastero possa essere avvenuta nei primi anni del XII secolo. Nel 1107 vennero infatti redatti due atti - una cartula venditionis e un breve investiture - in cui i beni oggetto delle transazioni venivano ceduti «ad utilitatem edificaturi monasterii de Astino», mentre in una refuta del novembre del 1111 il monastero risulterebbe già costituito, in quanto, oltre ad essere indicato con la consueta intitolazione al Santo Sepolcro, vi si nominano gli «officiales monasterii Sancti Sepulcri de Astino», ovvero personaggi appartenenti a una familia monastica, nonché dipendenti da una comunità che doveva in qualche modo essere costituita e strutturata [8]. La costruzione della chiesa venne invece condotta a termine negli anni immediatamente successivi e consacrata il 18 novembre del 1117, alcuni mesi dopo il terremoto che colpì l'Italia settentrionale, dai vescovi di Bergamo e di Lodi, Ambrogio III da Mozzo e Arderico [9]. A partire da questo momento le proprietà fondiarie del monastero si ampliarono progressivamente per mezzo di un grande numero di permute e donazioni. In particolare, le due donazioni effettuate dai consoli del comune nel gennaio del 1117 rappresentano una tappa fondamentale per l'affermazione politica, economica e religiosa del monastero all'interno della società bergamasca, in quanto costituiscono una sorta di riconoscimento ufficiale della nuova fondazione da parte dell'autorità politica [10].

La fortuna del monastero di Astino dipese dalla convergenza verso di sé di quelle famiglie dell'antica aristocrazia e, soprattutto, di quei cives che, tanto in epoca preconsolare quanto con l'avvento del Comune, almeno fino alla prima metà del XII secolo, rivestirono un ruolo di primo piano all'interno della città [11]. Nei documenti, accanto alla famiglia comitale dei Giselbertini e a quella capitanale dei Mozzi, risultano frequentemente citati i potenti lignaggi cittadini come i Celsoni, i Suardi e i Rivola, ma anche i piccoli feudatari episcopali come i Ficieni o i de Curte Regia, nonché altri gruppi parentali a vario titolo vicini all'episcopato, come i de Castello e i de Petringo (titolari dell'avvocazia). Non mancano inoltre alcuni membri della piccola aristocrazia rurale come i de Bonate e i de Carvico, nonché homines novi come gli Adelaxie o facoltosi artigiani come Bonifacio aurifex o Vualderico pilizarius, e infine famiglie che tendevano ad inurbarsi come i de Scano. I vallombrosani seppero dunque raccogliere intorno a sé spinte e interessi diversi, acquistandosi la fiducia dell'intera città, che, travagliata dal conflitto che contrapponeva i due capitoli delle cattedrali di San Vincenzo e Sant'Alessandro, vedeva forse nel monastero di Astino un punto di riferimento religioso-spirituale più sicuro [12].

Sebbene non sia possibile attribuire all'abate Bertario la fondazione del monastero, è indubbio che egli abbia svolto un ruolo determinante nello stabilizzare e consolidare i rapporti tra il cenobio e la città di Bergamo, soprattutto in virtù dei legami allacciati con il vescovo Ambrogio III da Mozzo.

Ampiamente documentato è invece il successivo abbaziato di Maginfredo (1128-1158), soprattutto per quanto attiene alla gestione del patrimonio fondiario del monastero [13], che andò incrementandosi anche grazie la favore del vescovo Gregorio, il quale riconsacrò due altari e vi volle essere sepolto [14].

Molte sono le notizie che la documentazione dei secoli XII, XIII e XIV offre circa le attività della comunità monastica che, grazie alle numerose donazioni, accrebbe notevolmente e consolidò il proprio patrimonio fondiario, distribuito non solo nella zona collinare circostante al cenobio, ma anche nella Bassa bergamasca (Levate, Sabbio, Verdello, Bonate Chignolo), nelle valli Imagna (Almenno, Berbenno, Valsecca) e Brembana (Stabello, Zogno), nonché all'imbocco della valle Seriana (Seriate, Gorle, Torre Bordone). Non solo, il monastero di Astino aveva anche giurisdizione sulla chiesa di Santa Maria di Suborno, sui monasteri di San Giacomo di Asti, San Paolo di Tortona e San Sigismondo di Cremona, nonché sulle monache di San Carpoforo; era inoltre anche in possesso della chiesa di San Benedetto di Levate [15].

All'inizio del XIV secolo, anche il monastero di Astino, al pari delle altre fondazioni cittadine, attraversò un periodo piuttosto travagliato: da un lato risentì dei dissidi civili che animavano la città di Bergamo, dall'altro subì un tentativo di usurpazione da parte del vescovo di Bergamo, Francesco Lando, sostenuto dal duca di Milano, e cadde sotto il regime della commenda, che si protrasse dal 1403 fino all'ultimo decennio del secolo. Il culmine della crisi si ebbe nel 1452, quando la città di Bergamo, con l'appoggio della Repubblica Veneta e di papa Niccolò V, allo scopo di rinnovare la vita del monastero, estromise i vallombrosani da Astino e li sostituì con i Canonici Regolari Lateranensi, i quali vi rimasero tuttavia soltanto per un anno fino al 5 giugno del 1453. Una certa ripresa si ebbe invece con l'unione del monastero alla nuova Congregazione dell'Osservanza di Vallombrosa, che rinsaldò i legami del cenobio bergamasco con la casa madre; l'unione, decretata da papa Alessandro VI il 18 gennaio del 1493, venne approvata dal doge a condizione che nella comunità non vi fossero monaci forestieri [16]. Il rapporto privilegiato venutosi a creare con l'abbazia di Vallombrosa non era infatti ben visto dal governo della Serenissima, il quale, all'interno dei confini del proprio stato, tendeva generalmente a favorire insediamenti di religiosi sudditi (esercitando, ad esempio, un controllo sulle elezioni degli abati) e ad adottare una politica piuttosto restrittiva in merito alla gestione dei beni immobili degli ordini regolari.

La situazione tornò nuovamente ad aggravarsi all'inizio del XVII secolo, quando l'interdetto lanciato da papa Paolo V su Venezia a causa dei contrasti sorti con la Santa Sede circa la conservazione delle autonomie ecclesiastiche provocò una serie di ripercussioni negative anche sul clero e gli ordini regolari di Bergamo, che - ad eccezione dei Cappuccini e dei Teatini - preferirono abbandonare la città pur di confermare la loro fedeltà al pontefice. Il 5 maggio del 1606 l'abate e alcuni monaci di Astino, trovato affisso alla porta del monastero una copia della sentenza dell'interdetto, decisero di abbandonare il cenobio; in tutta risposta i rettori della città inviarono sul posto un manipolo di duecento soldati guidato da un capitano della Repubblica Veneta che provvide all'arresto dei monaci. I Vallombrosani poterono rientrare nel loro monastero soltanto tre anni più tardi, allorché un gruppo di dodici monaci, giunto appositamente dalla Tascana, venne autorizzato a riprendere possesso del monastero [17].

Il lento declino del monastero di Astino giunse a conclusione nella seconda metà del XVIII secolo: nel 1769 la Repubblica Veneta ne decretò la separazione dalla Congregazione di Vallombrosa [18] e in seguito, nel 1792, la Deputazione ad Pias Causas e il Senato della Repubblica sottoposero il cenobio a un regime di sussistenza, che ne regolava ogni atto amministrativo, privando la comunità di ogni autonomia. Infine, il monastero del Santo Sepolcro di Astino venne definitivamente soppresso il 4 luglio del 1797 con un decreto emesso dalla Municipalità di Bergamo e i suoi beni vennero assegnati all'Ospedale Maggiore, che si assunse l'onere del mantenimento della chiesa [19].

Note

[1] La dedicazione al Santo Sepolcro, che compare per la prima volta in un documento del 1111, secondo alcuni storici va collegata al fervente risveglio del culto al santo Sepolcro suscitato dalla prima crociata (1100-1101), a cui prese parte anche un nutrito gruppo di lombardi guidati dall'arcivescovo di Milano, Anselmo IV. Secondo altri, invece, l'intitolazione dell'abbazia è dovuta alla presenza, nell'altare principale, di una reliquia del sepolcro di Cristo e di un frammento della croce. Si vedano: G. RONCHETTI, Memorie istoriche della chiesa e della città di Bergamo, Bergamo 1807 [rist. an. Brembate Sopra (Bg) 1973], II, pp. 28-9; L. DENTELLA, I vescovi di Bergamo, Bergamo 1939, pp. 129-30; E. CAMOZZI, Le istituzioni monastiche e religiose a Bergamo nel Seicento. Contributo alla storia della Soppressione Innocenziana nella Repubblica Veneta, I, p. 195 (nota 6); F. MENANT, Nouveaux monastère et jeunes communes: les vallombrosains du S. Sepolcro d'Astino et le groupe dirigeant bergamasque (1107-1161), in Il monachesimo italiano nell'età comunale. Atti del IV Convegno di studi storici sull'Italia benedettina. Abbazia di S. Giacomo Maggiore, Pontida (Bergamo), 3-6 settembre 1995, a cura di F. Trolese, Cesena 1998, p. 271 (nota 6); G. SPINELLI, Note sull'espansione vallombrosana in alta Italia, in I Vallombrosani nella società italiana dei secoli XI e XII. I colloquio vallombrosano (Vallombrosa, 3-4 settembre 1993), a cura di G. Monzio Compagnoni, Vallombrosa 1995, pp. 187-88. Sul tema della partecipazione dei Lombardi alla prima crociata si rinvia a: 'Deus non voluit'. I Lombardi alla prima crociata (1100-1101). Dal mito alla ricostruzione della realtà. Atti del convegno (Milano, 10-11 dicembre 1999), a cura di G. Andenna e R. Salvarani, Milano 2003.

[2] G. MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus» di Maginfredo di Astino e l'espansione vallombrosana in Italia settentrionale durante la prima età comunale, «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 51 (1997), p. 378. Sulla localizzazione del toponimo Astino e Valle d'Astino, si vedano: G. DA LEZZE, Descrizione di Bergamo e suo territorio. 1596, a cura di V. Marchetti e L. Pagani, Bergamo 1988, pp. 142, 146 (nota 65); S. DEL BELLO, Indice toponomastico altomedievale del territorio di Bergamo. Secoli VII-IX, Bergamo 1986.

[3] Il riferimento va, in particolare, alle opere manoscritte: P.G. MAZZOLENI, Istoria della Badia di Astino, ms. 1704 (BCBg, MMB 126); F. MOZZI, Abbati dell'antichissimo e religiosissimo monastero di S. Sepolcro di Astino de' monaci Vallumbrosani ne' limiti di S. Grata inter vites, ms. 1730 (BCBg, salone cassapanca I, G 3 14). Si veda in proposito: U. ZUCCARELLO, Una periferia modello. La «Istoria» di Astino del Mazzoleni e la riforma vallombrosana, «Quaderni Storici», XL/2 (2005), pp. 441-60.

[4] J.-R. GABORIT, Les plus anciens monastères de l'ordre de Vallombreuse (1037-1115), «Mélanges d'Archéologie et d'Histoire publiés par l'Ecole française de Rome», 77 (1965), p. 189.

[5] Le diverse posizioni storiografiche sono state recentemente riassunte in: F. CREMASCHI, Le origini del monastero di San Sepolcro di Astino, «Bergomum», LXXXVIII (1993), pp. 5-8.

[6] MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus», pp. 384-385; MENANT, Nouveaux monastère, p. 273. Per una panoramica generale: F. SAVIO, Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300 descritti per regioni. La Lombardia. Parte II, I. Bergamo-Brescia-Como, Bergamo 1929, pp. 55-8, DENTELLA, I vescovi, pp. 107-16; L. CHIODI, Gli inizi del comune di Bergamo. Note e appunti, «Bergomum», LXI (1967), pp. 2-8; J. JARNUT, Bergamo (568-1098). Storia istituzionale, sociale ed economica di una città lombarda nell'alto Medioevo, Bergamo 1980, pp. 129-43; A. PESENTI, La Chiesa nel primo periodo di vita comunale (1098-1187), in Storia religiosa della Lombardia. Diocesi di Bergamo, a cura di A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro, Brescia 1988, pp. 61-2. Dello stesso avviso anche: A. DIMIER, Trois Quarts de siècle d'intense activité sur les chantiers de construction monastiques. De l'avènement de Leon IX à la morte de Caliste (1094-1124), in Il monachesimo e la riforma ecclesiastica (1049-1122). Atti della quarta settimana internazionale di studio (Mendola, 23-29 agosto 1968), Milano 1971, p. 242.

[7] E. CAMOZZI, Le istituzioni monastiche e religiose a Bergamo nel Seicento. Contributo alla storia della Soppressione Innocenziana nella Repubblica Veneta, «Bergomum», LXXVI (1981), pp. 75-6; CREMASCHI, Le origini del monastero, pp. 5-6.

[8] Cf. BCBg, Collezione di pergamene, pergg. 2502 (1107), 2503 (1107 dicembre) e 2509 (1111 novembre). L'importanza di questi documenti è già stata sottolineata da: DENTELLA, I vescovi, p. 129; SPINELLI, Note sull'espansione, p. 191; MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus», pp. 379-81; MENANT, Nouveaux monastère, pp. 275-78; CREMASCHI, Le origini del monastero, pp. 8-10. Si veda anche: Bergamo nei suoi monasteri. Storia e arte dei cenobi benedettini della Diocesi di Bergamo, a cura di M. Locatelli e P. Da Re, Bergamo 1986, pp. 186-88.

[9] Sul vescovo Ambrogio e la situazione ecclesiastica di Bergamo al suo tempo, si veda anche la sintesi curata da: M.G. BERTOLINI, Ambrogio, in Dizionario biografico degli Italiani, II, Roma 1960, pp. 707-10. Nonché: SAVIO, Gli antichi vescovi, pp. 58-62; DENTELLA, I vescovi, pp. 135-40.

[10] G. ANTONUCCI, Gli atti più antichi del comune di Bergamo, «Bergomum», 3 (1936), pp. 170-71; A. SALA, Le famiglie Suardi e Colleoni nei primi secoli del Comune di Bergamo, «Atti dell'Ateneo di scienze, lettere e arti di Bergamo», LI (1989-1990), pp. 284-86; SPINELLI, Note sull'espansione, pp. 192-93; MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus», pp. 389-90; MENANT, Nouveaux monastère, pp. 291-93.

[11] MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus», pp. 379, 387.

[12] PESENTI, La Chiesa nel primo periodo, pp. 72-3; MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus», pp. 387-88; CREMASCHI, Le origini del monastero, p. 10.

[13] Significative appaiono le disposizioni trascritte da una mano del XII secolo al f. 67r del Liber capituli di Astino: «Millesimo centesimo .LVIImo. anno ab incarnatione Domini, mense augusti, indictione .V. Placuit mihi Mainfredo, dicto abbati de Astino, et fratribus eiusdem loci, monachis et conversis, ut ab hinc in antea non liceat alicui abbati vel camerario vel ministralio alicui facere aliquod debitum ultra quinque solidos sine communi consilio totius capituli, quod, si ab aliquo presuntum fuerit, excommunicationi subiaceat. Item placuit ut unusquisque camerarius de accepto et dato et expenso sine fraude capitulo rationem reddat».

[14] MONZIO COMPAGNONI, Il «rythmus», pp. 343-44.

[15] Astino. Ricerca per un progetto (Bergamo, Palazzo della Ragione, Sala delle capriate, 18 ottobre-15 novembre 1986), Bergamo 1986, p. 14; MENANT, Nouveaux monastère, pp. 286-90. Ma anche: CAMOZZI, Le istituzioni monastiche, pp. 196 (nota 10), 200-1.

[16] CAMOZZI, Le istituzioni monastiche, pp. 198-99 (nota 15); Bergamo nei suoi monasteri, pp. 193-94; G. SPINELLI, Gli ordini religiosi dalla dominazione veneta alle soppressioni napoleoniche, in Diocesi di Bergamo, pp. 215-16. Sui tentativi messi in atto nel XV secolo di aggregare il monastero ad altre congregazioni, si veda anche; M. MAZZUCOTELLI, Un inedito tentativo di unione del monastero di Astino alla congregazione olivetana, «Benedictina», 33 (1986), pp. 471-97.

[17] Bergamo nei suoi monasteri, p. 195; SPINELLI, Gli ordini religiosi, pp. 215-16.

[18] Ricordanze di Astino dall'anno 1693 al 1773 - H, ms. XVIII sec. (BCBg, AB 408), f. 654r.

[19] DENTELLA, I vescovi, p. 132; B. BELOTTI, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, V, Bergamo 19592, pp. 290-91; Astino. Ricerca per un progetto, p. 21; SPINELLI, Gli ordini religiosi, p. 216; N. VASATURO, Vallombrosa. L'abbazia e la congregazione. Note storiche, a cura di G. Monzio Compagnoni, Vallombrosa 1994, p. 180.

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