Lombardia Beni Culturali

Introduzione

Premessa

È qui presentata l’edizione delle carte, in buona parte inedite, degli ospedali di San Remigio di Brusio (oggi in territorio elvetico) e di Santa Perpetua di Tirano, cronologicamente comprese tra il 1078 e il 1200.

Nel corso del XVI secolo, i documenti dei due ospedali confluirono nel tabularium del santuario della Beata Vergine di Tirano, attualmente conservato presso il comune di Tirano [1], fondendosi in un unico archivio dal carattere composito.

Di qui la scelta di pubblicare insieme le carte dei due ospedali, nel rispetto dell’unitarietà del fondo quale oggi si presenta; questa scelta metodologica si rivela ancor più necessaria/obbligata per il fatto che – nella prima metà del XIII secolo – le due istituzioni furono unite, e si originò un percorso congiunto di produzione e di conservazione documentaria.

La ‘perifericità’ della sede di conservazione ha in qualche modo influito sulla fortuna storiografica dei documenti. Così, ad esempio, il decretum del vescovo di Como Ardizzone I (1135–1162) del giugno 1146, conservato inserto nella constitutionis et confirmationis pagina rogata da Abondiolo de Asinago (30 settembre 1332), ebbe una certa diffusione a partire dal XVIII secolo grazie alla copia che il notaio e canonico Giuseppe Bellasi ne fece dalle imbreviature del citato Abondiolo [2]. Degli altri cinque documenti di Ardizzone I conservati presso l’archivio di Tirano, due rimasero sconosciuti sino alla fine del XIX secolo, quando furono pubblicati da Francesco Fossati [3]. La carta investiture del novembre 1140 fu trascritta nel 1938 da don Egidio Pedrotti [4]; egli inoltre regestò per primo l’ investitura del dicembre 1151 sino ad oggi inedita [5]. Totalmente ignorato sino a questa edizione è invece un decretum vescovile privo di dati cronici [6].

Francesco Fossati fu dunque il primo a pubblicare, sia pure parzialmente, tra il 1883 e il 1900, la trascrizione di 9 documenti degli ospedali tiranesi anteriori al XIII secolo, nel contesto del Codice Diplomatico della Rezia edito in fascicoli nel «Periodico della Società storica per la provincia ed antica diocesi di Como». Il Fossati riproponeva le trascrizioni già realizzate dal sacerdote Giacomo Silvestri durante gli anni in cui questi era penitenziere presso il santuario mariano. In seguito, a partire dagli anni Cinquanta del secolo passato, i documenti che interessavano il territorio svizzero (per la provenienza degli attori o per l’ubicazione dei beni oggetti del negozio giuridico) vennero pubblicati nel contesto del Bündner Urkundenbuch: alcuni documenti furono editi per la prima volta, altri furono riproposti così come figuravano nel Codice Diplomatico della Rezia [7].

Queste note introduttive all’edizione si propongono dunque di tratteggiare in estrema sintesi i caratteri fondamentali delle istituzioni in esame, pur nella mancanza di studi complessivi che traccino le linee essenziali della loro vicenda storica [8]. Ci si dedicherà, poi, all’analisi della complessa fisionomia dell’archivio quale oggi si presenta: si passeranno in rassegna i passaggi istituzionali e si evidenzieranno gli snodi della storia archivistica che ne definirono e ridefinirono, lungo i secoli, i caratteri. Si effettuerà, infine, una prima presentazione dei documenti, pur nella consapevolezza che essi non consentono – allo stato attuale delle conoscenze – una discussione che affronti problematiche generali: essi tuttavia forniscono spunti – anche se frammentari – per avviare una riflessione relativa al pressoché inesplorato patrimonio documentario legato a questo specifico ambito territoriale.

Cenni di storia delle due istituzioni

La chiesa di San Remigio (o Romedio) [9], «que sita est supra lacum de Posclavio super quodam montem plebis Ville» [10], «in loco ubi dicitur monte Predhoso» [11], sorge a circa 1800 metri d’altitudine lungo l’itinerario che dal Nord, dal Bernina, attraverso la valle di Poschiavo conduce verso Brescia, per il passo dell’Aprica. A Tirano, poi, questo itinerario interseca la strada che da Como risale il Lario ed attraversa tutta la Valtellina sino a Bormio [12].

La prima menzione che attesta l’esistenza della «ecclesia Sancti Remigii in monte Predhoso» è nella cartula iudicati del dicembre 1106 [13] nella quale Omodeo del fu Andrea, di Como ed abitante a Chiuro, donava tutti i suoi beni siti in territorio di Brusio ai «servitores de suprascriptam ecclesiam» [14], in altri documenti chiamati «servientes» [15], in altri «conversi» [16]. Con la carta concessionis et confirmationis del dicembre 1154, Ardizzone I confermava la regola agostiniana alla «congregacio domus ecclesie Beati Remigii» [17]. Nella carta venditionis del primo dicembre 1185 Giordana vedova di Alberto de Becaria e sua figlia Gisla vendevano ai «monachi de suprascripta ecclesia» [18] tutti i beni di loro proprietà siti in territorio di Tirano; mentre nel dicembre del 1192 Gonselmo e Martino, «custodes ecclesie Sancti Remigii» [19], permutavano alcuni beni con Bono Tanzo di Poschiavo.

Soltanto a partire dal 1249 le fonti documentarie parlano esplicitamente di «domus nunc et ospitalis» [20]. Questa denominazione si affermerà nel corso del Duecento come usuale per l’individuazione dell’ente (o meglio, per indicare quella nuova istituzione che dal 1237 derivò dalla unione delle domus di San Remigio e di Santa Perpetua [21]). Questo appellativo, tuttavia, convivrà con altri, di svariata forma [22].

La presentazione della realtà istituzionale di San Remigio sfugge ad ogni tentativo di rigida definizione. La fluidità delle funzioni – come si è visto – è testimoniata dalla stessa perdurante varietà delle denominazioni [23].

Attorno alla chiesa di San Remigio (e lo stesso dicasi per la chiesa di Santa Perpetua) si raccoglieva una comunità formata da laici e – in misura minore, come appare dalla documentazione esaminata – da chierici [24].

Dal principio del secolo XIII è attestata la presenza mista di fratres et sorores [25]. Questa modalità aggregativa, che trova significative testimonianze di diffusione nel territorio diocesano e nella stessa città di Como [26], è ben documentata anche in Valtellina. Nell’area indagata, limitandoci ai territori prossimi a San Remigio, sono sede di comunità miste anche l’ospedale di Santa Perpetua [27] presso Tirano, la chiesa di San Fedele di Pendolasco [28] e così pure il monastero di Santa Maria di Tronchedo di Tresivio, dove pure si trovava un ospedale (anche se non è ad oggi noto quale relazione istituzionale avesse con il monastero) [29].

Questa esperienza si riallacciava alle ben note nuove forme di convivenza religiosa, impegnate sul terreno della carità, della «religiosità delle opere» [30]. Il fenomeno, ben documentato anche in area Valtellinese (ma pressoché inesplorato), diede vita a svariate esperienze comunitarie, che si inseriscono entro modalità ampiamente attestate nell’arco alpino e che accomunano queste esperienze a quelle di altri ospedali ‘di passo’.

Nel territorio della Svizzera Italiana, per esempio, nel contesto di una forte vitalità complessiva del movimento religioso dei secoli XI–XIII, si possono ricordare gli ospedali di San Sepolcro a Casaccia e di Camperio (nelle valli del Blenio, presso il passo del Lucumagno, uniti nel 1254) [31]. Ben note sono inoltre le realtà di area trentina degli ospedali di San Nicolò, sito non lontano da Trento, e di San Tommaso di Romeno [32].

Un elemento che pare accomunare le esperienze comunitarie ‘miste’ ad oggi note in territorio valtellinese è quello di una certa fluidità istituzionale. Esse sono caratterizzate dall’ appoggio di famiglie signorili e – realtà non disgiunta da questo aspetto – sono fruitrici del ruolo incisivo di promozione e sostegno che le comunità rurali assunsero e svolsero nei confronti di questi enti [33]. Sotto il profilo istituzionale, inoltre, è certamente da sottolineare come queste comunità – San Remigio in primis, ma anche Santa Maria di Tronchedo, Santa Perpetua e, pare, anche San Martino di Serravalle (il che va approfondito e meglio verificato) – impiantate entro un contesto territoriale di robusta presenza vescovile, fossero sottoposte al vescovo di Como, «sia che egli le promuovesse direttamente, sia che ratificasse fondazioni aristocratiche, sia che autorizzasse e favorisse iniziative di ordini religiosi» [34].

Invero, l’interesse per la gestione degli ospedali rientrava, nella prospettiva dell’episcopio comasco, anche entro un’ottica politica di controllo del territorio [35]. Lo attesta il dato della assegnazione di una regola: Guido de Grimoldis (1098–1125), nel periodo del suo episcopato, avendo consacrato la chiesa di San Remigio, assegnò alla comunità la diffusa regola agostiniana [36]. Tale decisione fu poi confermata nel 1154 dal vescovo Ardizzone I [37].

Ed è logico che l’ospedale di San Remigio, solidamente radicato nella realtà politica e sociale territoriale, dovesse inevitabilmente fare i conti anche con le istituzioni ecclesiastiche locali, in particolare con la chiesa di San Lorenzo di Villa. I rapporti dell’ospedale con il clero pievano furono chiaramente definiti una prima volta da Ardizzone I con una pagina dispositionis del 1140 [38]; in seguito vennero ridefiniti dal medesimo presule che – pur mantenendo la sostanza dell’accordo inalterata – nel 1146 [39] ed in altra data non precisata, sciolse altro contenzioso sorto tra l’ospedale e il clero di Villa [40].

Si profila così la fisionomia di un ospedale che poteva godere di ampi margini di libertà nei confronti della chiesa pievana di Villa, vincolato unicamente all’episcopato, eccezion fatta per la parentesi temporaneamente breve in cui la chiesa di San Remigio venne legata dal vescovo Ardizzone I [41] al monastero di San Carpoforo di Como, nel 1146; infatti ne fu sciolta dal vescovo successore Enrico (1162–1165) nell’anno 1164 [42].

La conflittualità con il clero di Villa doveva essere accentuata dal fatto che la comunità legata alla chiesa di San Remigio, eminente per prossimità ad un importante itinerario interalpino [43], emergeva per vitalità economica, certamente favorita dalla solidità patrimoniale presto raggiunta. Infatti già nel XIII secolo il mons Petroso era divenuto interamente di proprietà della domus di San Remigio ed aveva assunto la denominazione che sarebbe stata più ricorrente di mons de Sancto Remigio [44]:

«Totus mons in quo est et residet predicta ecclesia Sanctorum Remigii et Pastoris quod mons est ipsius ecclesie et quod totus mons, buscum et terram zerbam et ruinnas et saxa et campos et prata et hedifficia seu mansciones et tezias et casamenta et areas [.......] et molendinum et alpes supra, que omnia supra prout inferius fuerit specifficatum. Cui toto monte ut supra legitur coheret a mane comunis de Grososuppo et in parte comunis de Tovo, a meridie comunis de Tirano, a sero comunis de Bruso et in parte lacus de Posclavio et in parte comunis de Posclavio, a nullora ipsius comunis de Posclavio, quod totus mons cum alpe de Trevexina et aliis ut supra ultra illud mons quod non potest mensurari est per mensuram perticas vigintiduo millia, sex centum sexaginta sex et tabulas sedecim» [45].

Come documenta il sopra citato inventarium seu memoriam terrarum et rerum territoriarum et sediminum del 1255, i beni patrimoniali della comunità di San Remigio, non limitati a detto monte, si estendevano oltre, con possedimenti anche nei territori di Tirano, di Brusio e di Villa; inoltre il patrimonio comprendeva beni siti in territorio di Poschiavo, di Sondrio, di Tresivio piano, di Teglio e di Chiuro [46].

Le proprietà degli ospedali di San Remigio e di Santa Perpetua sono registrate in modo analitico, descritte separatamente nell’inventario.

Si noterà che il patrimonio di Santa Perpetua appare molto più esiguo rispetto a quello di San Remigio. E purtroppo sono soltanto due i documenti superstiti anteriori al XII secolo riferibili alla ecclesia Sancte Perpetue. Nella carta investiture del 1174 novembre [47], che rappresenta la più antica menzione della chiesa e dei suoi conversi, i fratelli Ermanno e Litifredo del fu Artemanno, di Tirano, investono a massaricio «Vitalem et Martinum, conversos ecclesie Sancte Perpetue» di un appezzamento sito a Novalia, località dove nel 1255 la chiesa appare possedere un nucleo compatto di beni [48]. Inoltre, la carta venditionis dell’aprile 1181 [49] attesta che «Beloni, conversus ecclesie Sancte Perpetue» acquistò un prato ed un bosco in territorio di Villa di Tirano, in località Ronco Maiore.

Furono proprio le difficoltà economiche in cui versava l’ospedale di Santa Perpetua una delle principali motivazioni addotte per l’unificazione delle due istituzioni. Essa avvenne il 13 marzo 1237, a Tirano. Presso i mulini della chiesa di San Remigio, i conversi di San Remigio da una parte e le converse e il converso della chiesa di Santa Perpetua dall’altra decisero l’unione delle due chiese e comunità («fraternitatem et unitatem inter se fecerunt»). La guida spettò al rettore di San Remigio, coadiuvato da un caneparo con l’incarico specifico dell’amministrazione dei beni di Santa Perpetua [50]. Il 27 marzo 1237 il vescovo di Como Uberto de Sala (1228–1256) approvò l’iniziativa [51]. Essa venne poi confermata da Papa Innocenzo IV l’1 febbraio 1252 [52].

Tale unione determinò risvolti di grande rilievo istituzionale e nel contempo evidenziò esigenze amministrative rinnovate, con importanti ripercussioni che si manifestarono anche in sede di produzione e di conservazione documentaria [53].

L’archivio degli ospedali

L’età medievale

La formazione dell’archivio

La fase dell’unificazione istituzionale degli ospedali si presenta come momento privilegiato di osservazione per individuare i canali che furono determinanti per la configurazione dell’archivio ‘nuovo’. Essi si rivelano plurimi e articolati.

Posizione primaria nell’archivio occupano, con ogni evidenza, le carte prodotte e acquisite nell’ambito dell’attività istituzionale degli ospedali (e particolarmente di quello di San Remigio).

Non è appurabile – ma il dato non riveste in sé una sostanziale importanza – se venne effettuato un vero e proprio trasferimento dei documenti presso un’unica sede di conservazione oppure se, fisicamente, l’archivio permase articolato in due spezzoni con diversa collocazione: i documenti non mostrano registrazioni delle unità archivistiche aventi un carattere seriale che rimandino a modalità di inventariazione congiunta (o disgiunta), cosa che avrebbe consentito di percorrere a ritroso i passaggi per il discernimento delle carte. Ad ogni modo, l’istituzione divenne ‘una’ come dunque il suo archivio, il che risulta particolarmente evidente dall’analisi della documentazione prodotta in quegli anni [54]: un esempio particolarmente evidente è dato dal cartulario conservato in archivio (sec. XIII). In esso, pur prevalendo nettamente la documentazione proveniente dal tabularium di San Remigio, non mancano documenti provenienti da quello di Santa Perpetua, in un contesto che vede dunque i tabularia di provenienza correlati strettamente e soggetti ad un progetto selettivo unitario [55].

L’analisi formativa del cartulario ha inoltre permesso di accertare la pertinenza all’archivio di San Remigio di alcuni documenti – in apparenza ‘estravaganti’ – la cui trasmissione fu legata alle vicende di beni fondiari entrati a far parte del patrimonio dell’ospedale. Il cartulario, in cui prevale una organizzazione dei documenti per località e beni, figura come contesto in cui, per le diverse aree geografiche, si costituiscono distinti dossier di atti stipulati in epoche diverse, da contraenti diversi. L’ospedale appare così non soltanto come possessore di beni, ma anche della loro storia documentaria.

Ma accanto alle carte riconducibili all’attività delle istituzioni ospitaliere stricto sensu, si collocano altre carte riconducibili a famiglie localmente eminenti.

In questa prospettiva, anche lo studio della produzione e della trasmissione documentarie – intese come interazione dialettica tra una pluralità di interlocutori, entro un tessuto sociale fitto di rapporti giuridici – evidenzia un intersecarsi dinamico di obiettivi di potere di gruppi sociali locali e chiarisce aspetti del funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche.

Nel contesto ospitaliero oggetto d’analisi, risulta primario il ruolo esercitato dalla famiglia de Becaria de Trixivio [56] e – più specificamente – di Rugerio de Becaria notarius de Trixivio [57], nel corso del XIII secolo e soprattutto negli anni dell’unificazione degli ospedali. E tale ruolo apporta pure elementi che complicano il profilo archivistico ospitaliero, quanto al suo percorso formativo.

Rugerius de Becaria, notaio, era membro di una importante famiglia di origini comasche, proprietaria di un consistente patrimonio fondiario e detentrice di numerosi diritti concessi soprattutto da presuli di Como [58]; da tempo rogava documenti per l’ospedale di San Remigio [59]. Attivo nella vita politica locale, venne nominato podestà del comune di Montagna nel 1246 [60] e svolse una documentata attività tabellionare anche per il comune di Tirano [61].

Il rapporto dei de Becaria con le istituzioni ecclesiastiche locali era molto stretto e ricco di implicazioni anche economiche, ed è evidenziato altresì dalla residenza di membri della famiglia presso le principali istituzioni ecclesiastiche locali. Già il padre di Rugerio, il notaio Gerardo, si era ritirato presso la chiesa di San Remigio [62], dove probabilmente morì (il decesso risulta avvenuto nel 1251); sua madre Gisla de Interortis, dopo la morte del marito, si ritirò a sua volta presso la menzionata chiesa di San Fedele di Pendolasco [63]; anche uno dei figli di Rugerio – Pietro detto Baldus – divenne frater a San Fedele di Pendolasco, pur risultando talvolta residente presso l’ospedale di Santa Perpetua [64].

Nell’archivio dell’ospedale si è individuata la presenza di numerose carte di Rugerio de Becaria, le quali in parecchi casi non sono direttamente riconducibili all’istituzione ospitaliera in quanto prodotte dal notaio nello svolgimento della sua attività professionale (appartenevano, probabilmente, al suo archivio personale [65]).

L’incremento numerico delle carte relativamente agli anni centrali del sec. XIII è notevole. E proprio esso rispecchia, congiuntamente, sia il fenomeno di intensificazione della produzione documentaria interna all’ospedale in relazione a nuove esigenze amministrative, sia la presenza di una consistente documentazione prodotta da Rugerio all’apice della sua attività tabellionare, documentazione rimasta poi in deposito presso l’archivio ospitaliero. Dato significativo è anche la constatazione che, oltre al picco relativo agli anni di maggiore produzione documentaria – legata alle esigenze riorganizzative istituzionali e al consolidamento della posizione dell’istituzione sul territorio – si profila un decremento sensibile soprattutto in relazione alla cessata attività notarile del de Becaria.

In tal modo e in questo specifico caso, pertanto, le problematiche propriamente attinenti ai tabularia di istituzioni religiose si intrecciano a questioni relative agli archivi personali e familiari [66], mettendo in luce profili archivistico–istituzionali sfaccettati e complessi.

Questi dati, evidentemente incisivi sulla fisionomia dell’archivio degli ospedali, vanno ad impattare anche con mai affrontate tematiche relative al notariato Valtellinese. Si profila l’esigenza di chiarimento circa numerosi quesiti basilari quali: la conoscenza del luogo in cui erano collegiati i notai di Valle, l’individuazione della struttura e dei poteri degli organi collegiali, le direttive delle disposizioni statutarie, il procedimento di ammissione all’attività, il tipo di controllo sugli associati, la natura dei loro rapporti con le istituzioni civili e religiose presenti sul territorio. Inoltre, con più specifica rilevanza archivistica, si affaccia la domanda circa i contenuti delle prescrizioni statutarie del collegio riguardo alla documentazione: quale dovesse essere conservata e in che luogo, chi dovesse esserne il responsabile e quali fossero le intenzionalità affidate alla conservazione [67].

La svolta documentaria negli anni dell’unificazione istituzionale

La nuova realtà istituzionale configuratasi con l’unificazione degli ospedali rese evidente la necessità di certificare il possesso per razionalizzarne la gestione: l’esigenza in quel periodo di ripensamento e di rivalutazione del sistema economico e organizzativo fu quella di dar conto del patrimonio ospitaliero nella sua complessità, ai fini di una chiara conoscenza, volta ad una regolamentazione della situazione patrimoniale e della gestione dei diversi titoli relativi a possedimenti terrieri, rendite e cespiti dell’ente, e in vista di una sua amministrazione più razionale e proficua, a garanzia – anche in contesti giudiziari [68] – della nuova istituzione che in sé aveva conglobato beni e diritti.

Gli interventi di Rugerio nel rinnovato contesto ospitaliero rappresentarono una risposta efficiente a queste esigenze degli ospedali. Essi evidenziarono la forza territoriale di un certo gruppo sociale e nel contempo influirono in modo incisivo sulle modalità produttive e trasmissive dei documenti dell’istituzione.

Le ricognizioni di beni e diritti in forma di inventario ed il cartulario prodotti in tale contesto – intorno alla metà del XIII secolo – risultano in tal senso correlati nelle finalità [69]. Il loro approccio necessita tuttavia di cautele metodologiche da applicarsi nel raffronto [70].

La lettura di dette ricognizioni e del cartulario esige altresì una contestualizzazione entro la più ampia dimensione diocesana, che registrava, all’epoca, sensibili cambiamenti nei confronti della prassi inventariale e delle sue norme. Invero, oltre il fatto che da sempre – entro una prospettiva ampia – evidenti esigenze di carattere amministrativo rendevano necessaria nella prassi l’elencazione di beni, di proprietà e diritti; ed oltre la stessa circostanza delle urgenze che determinarono questi nuovi specifici interventi definibili ‘di natura interna’ (cioè legati sostanzialmente al mutamento della natura dell’ente e al suo consolidamento), si propone all’attenzione anche un nuovo fattore: nel corso del Duecento tali prassi vissero, nel contesto delle istituzioni ecclesiastiche comasche, una interessante fase evolutiva sia di portata tipologica, sia in rapporto alla consistenza quantitativa della produzione. In particolare, per le istituzioni ecclesiastiche della diocesi di Como si sarebbe avuta una formulazione regolamentativa chiara ed esplicita con le costituzioni sinodali del vescovo Leone Lambertenghi del 3 febbraio 1296 [71]. Esse imponevano espressamente l’obbligo di redigere inventari di beni, come enunciato al capitolo: «De faciendis inventariis de singulis possessionibus ecclesiarum» [72]. Tale è il contesto entro cui si collocano anche le plurime esperienze inventariali attestate presso l’archivio degli ospedali di San Remigio e di Santa Perpetua.

La principale ricognizione di beni e diritti – modello per quelle successive –, realizzata nel contesto della ‘nuova’ istituzione ospitaliera [73], è quella ormai nota del 1255 [74]. Come viene specificato all’interno del prologo, l’inventarium si colloca espressamente entro il succitato contesto comasco. Esso infatti fu realizzato:

«milleximo ducenteximo quinquageximo quinto, tempore domini Uberti de Sala domino referrato Dei gratia Cumi episcopi [75] et in regimine domini Martini de la Turre Mediolanensis Cumi potestatis [76], per Rugerium de Beccaria de Trixivio qui dicebatur Manera confratrem et conversum ac ministrum predictarum ecclesiarum et Zanolum Migolonum [77] et Iohannem de Ponte [78] et aliorum et aliarum et confratrum et conversorum et conversarum iamdictarum ecclesiarum et hospitalis earum» [79].

Non si può non menzionare – anche perché richiamato istintivamente dalla medesima datazione della esperienza di San Remigio (1255) – l’inventario delle terre possedute dal monastero di Santa Maria vecchia di Como. Esso venne realizzato dietro precetto del comune di Como, nel contesto della stesura inventariorum communis [80]:

«Ec est memoria (...) illarum terrarum et sediminum et aliarum rerum quas et que monasterium Sancte Marie Feminillis quod dicitur Monasterium vetus de porta Monasterio de civitate Cumana habet (...) in loco et territorio de Soco et de Fine et de Vertemate (...), et quas et que <massarii predictorum locorum> demonstraverunt me infrascripto notario ordinante ex precepto comunis Cumarum occaxione inventariorum communis [81]».

La finalità di disporre d’un quadro chiaro e preciso attestante le proprietà e le pertinenza degli ospedali, unitamente alla volontà di fissare una memoria garante di ‘sicurezza di conservazione delle conoscenze’, per il contesto ospitaliero in esame – ma non solo – correla gli obiettivi della registrazione inventariale dei patrimoni con la redazione del cartulario [82]. Questo ultimo si qualifica come «Quaternus memorie et exempli cartarum et brevium et instrumentorum ecclesie Sancti Remigii (...) videlicet terrarum et aliarum rerum ipsius ecclesie inventarium» [83].

Documenti in cartulario

Nell’archivio del comune di Tirano sono conservati tre fascicoli (quaternioni) di cartulario.

Essi furono rilegati – nel contesto del riordinamento dell’archivio del 1669 [84] – insieme ad altri documenti considerati ‘analoghi’ nel cosiddetto Libro delle pergamene [85].

I primi due fascicoli, che presentano i medesimi accurati caratteri sia grafici che redazionali, furono rilegati sin dall’epoca della loro redazione. Invece il terzo fascicolo – di dimensioni diverse [86] e con caratteri un poco meno curati – non era originariamente rilegato ai precedenti; esso pure presenta il primo foglio – privo di scritture – con funzione di coperta recante intestazione di mano seriore.

Stante l’importanza del fascicolo inteso come unità distinta di lavoro e stanti anche le difformità sovente rilevate tra fascicoli appartenenti ad un medesimo cartulario, allo stato attuale delle conoscenze non è comunque possibile affermare con certezza che il terzo fascicolo rappresenti un momento diverso della fase redazionale di un medesimo cartulario. Invero l’assenza di sovrapposizioni tra la documentazione dei primi due fascicoli e quella del terzo pare un elemento forte che spinge ad ipotizzare un disegno organicamente inteso. Meno probabile dunque – anche se non da escludere – è l’ipotesi che i fascicoli dipendessero da esperienze autonome e che a determinare la loro stesura siano state ‘occasioni’ diverse [87].

Le incertezze riferite sollevano anche altre questioni preliminari, come quella della completezza o meno della documentazione conservata. Ci si potrebbe chiedere se esistessero altri fascicoli e come si rapportassero tra loro. Non è possibile dare risposta a tali interrogativi, tanto più che è assente una numerazione coeva dei fascicoli e/o delle carte; attualmente non si dispone di ulteriori dati a supporto di una più approfondita analisi della questione.

Si è dunque ritenuto opportuno offrire una descrizione dei fascicoli in modo distinto, così come materialmente si presentano; perciò verrà dato conto della documentazione contenuta nei primi due e, successivamente, di quella contenuta nel terzo fascicolo, considerando quale elemento utile la possibilità di un’analisi distinta dei criteri selettivi della documentazione applicati ad ogni modo in momenti diversi.

I primi due quaterni

I primi due quaterni, su supporto membranaceo, hanno una misura di mm 288 di altezza e 176 di larghezza. La prima carta, coperta del manoscritto, presenta al recto il lato pelo; poi si procede sempre con affiancamento carne–carne, pelo–pelo. La pergamena utilizzata è di qualità buona, di forma abbastanza regolare.

Il primo foglio membranaceo riporta al recto della prima carta [88] la titolazione seriore: «Inventarium cartarum ecclesie Sancti Remigii factum de anno .M°cc°xliiii°.» (probabilmente del sec. XIV); mentre l’ultima carta è bianca. Sempre nella prima carta, al recto, è leggibile anche un’annotazione di mano cinquecentesca «Pro bonis existentibus in Sondrio» e, poco più in basso – di mano del sec. XVIIex–XVIIIin [89] – «Per beni in Sondrio». Al verso, di mano ascrivibile forse al sec. XIV, è presente una descrizione del contenuto del manoscritto (l’abrasione dell’inchiostro, in taluni punti completa, nonché la sensibile usura del supporto, che presenta anche vaste lacerazioni, non consentono purtroppo una trascrizione soddisfacente del testo [90]).

Il cartulario fu redatto dall’unica mano di Rugerio de Becaria, la cui scrittura, appartenente al filone notarile del tempo e vergata con inchiostro bruno, è posata e graficamente accurata.

In tutte le carte – dall’attuale c. 1r a 14v [91] – è stato delimitato, tramite rigatura a secco, lo specchio di scrittura (la cui altezza varia da un massimo di mm 260 a un minimo di mm 240 e larghezza da un massimo di mm 170 a un minimo di mm 150); variabile anche il numero dei righi tracciati per ogni carta (da un minimo di 30 [92] ad un massimo di 39 [93]).

La scrittura nella pagina si infittisce progressivamente: i singoli documenti sino alla c. 3v si susseguono separati da uno spazio bianco – un rigo – nel quale una mano cinquecentesca [94] segnala quando la località in cui sia posto il bene oggetto del negozio sia in territorio di Sondrio [95], talvolta specificando anche la natura giuridica del documento [96]. A partire dalla c. 4r i documenti si susseguono senza spazi privi di scrittura.

Lo stato di conservazione del cartulario è complessivamente cattivo; si rileva la presenza diffusa di macchie di umidità e di punti d’abrasione e/o dilavatura dell’inchiostro. In alcune pagine è pessimo per la presenza di abrasioni sensibili, talvolta assolute [97], dell’inchiostro, oltre che per la presenza di estese macchie scure che interessano la scrittura in modo significativo [98].

Il breve prologo posto in apertura dichiara l’oggetto della raccolta che ha finalità ricognitive, in una prospettiva prevalentemente patrimoniale:

«Quaternus memorie et exempli cartarum et brevium et instrumentorum ecclesie Sancti Remigii que sita est supra lacum de Posclavio super quodam montem plebis Ville, videlicet terrarum et aliarum rerum ipsius ecclesie inventarium, factum in concordia capituli dicte ecclesie in anno curenti milleximo ducenteximo quadrageximo quarto» (c. 2r).

Il manoscritto comprende 46 documenti datati tra il febbraio 1138 e il 20 marzo 1244.

La quasi totalità della documentazione è tramandata in copia autentica, generalmente da originale [99]. Fanno spicco la precisione del notaio e la ricerca della massima correttezza formale: al termine di ciascun documento Rugerio de Becaria, dopo aver richiamato tutti gli elementi di convalidazione di cui era munito l’originale (la sottoscrizione notarile, riferita integralmente, nonché – per i documenti vescovili – l’eventuale sottoscrizione autografa del presule riprodotta anche graficamente [100]), appone il proprio signum e procede all’autenticazione. Accanto alle copie autentiche si rileva anche la presenza di originali: si tratta di tre documenti rogati dal medesimo Rugerio de Becaria all’interno del cartulario [101].

Il quaternus memorie ha prevalente carattere topografico. I documenti che riguardano beni e diritti si susseguono entro tale impostazione: riguardo al bene sito in una certa località si costituisce una sorta di piccolo dossier nel quale si raccolgono atti stipulati in epoche diverse secondo un criterio complessivamente cronologico, evidenziando una sequenza logica del materiale che si presenta piuttosto razionalmente disposto [102].

Si riporta di seguito la successione dei documenti nei primi due quaterni:

n.date cronica e topicanegozio giuridicoubicazione dei benicarte
11191 novembre 24, SondrioCarta venditionisSondrioc. 1r
21196 novembre 7, TiranoCarta venditionisSondriocc. 1r–v
31204 aprile 29, Isola ComacinaCarta refutationisSondrioc. 1v
41193 maggio 9, MorbegnoCarta donationis inter vivosSondriocc. 1v–2r
51244 novembre 28, SondrioCarta investitureSondriocc. 2r–v
61211 gennaio 13, ComoCarta venditionisSondriocc. 2v–3r
71204 luglio 18, TresivioCarta venditionisSondrioc. 3r
81234 ottobre 28, SondrioCarta venditionisSondrioc. 3v
91180 novembre 23, SondrioCarta venditionisSondrioc. 4r
101205 settembre 23, AndevennoCarta venditionisSondriocc. 4r–v
111200 maggio 9Instrumentum (carta) ordinamentiSondrioc. 4v
121180 novembre 23, SondrioCarta venditionisSondriocc. 4v–5r
131236 giugno 15, SondrioCarta investitureSondriocc. 5r–v
141206 aprile 28, TresivioCarta venditionisTresivioc. 5v
151219 marzo 15, TresivioCarta venditionisTegliocc. 5v–6v
161240 maggio 28, TeglioCarta venditionisTegliocc. 6v–7r
171138 febbraio, Villa di TiranoCarta venditionisVilla di Tiranoc. 7r
181212 ottobre 5, Villa di TiranoCarta Villa di Tiranocc. 7r–v
191209 ottobre 28, TresivioPagina concessionismonte di S. Remigioc. 7v
201243 ottobre 1, TresivioSententiamonte di S. Remigiocc. 7v–8r
211240 agosto 11, TiranoCarta venditionisTiranocc. 8r–v
221209 maggio 13, TiranoCarta investitureTiranoc. 9r
231220 ottobre 4, TiranoCarta venditionisTiranoc. 9r
241202 giugno 2, TiranoCarta finisTiranoc. 9v
251192 dicembre 17, TiranoCarta commutationisTiranoc. 9v
261168 novembre, TiranoCarta venditionisTiranocc. 9v–10r
271206 gennaio 25, TiranoCarta venditionisTiranoc. 10r
281197 dicembre 17, TiranoCarta venditionisTiranoc. 10r
291179 giugno, TiranoCarta venditionisTiranoc. 10v
301184 maggio 3, TiranoCarta confessionisTiranoc. 10v
311174 maggio, TiranoCarta venditionisTiranoc. 10v
321164 dicembre, TiranoCarta venditionisTiranocc. 10v–11r
331216 luglio 3, TiranoSententiaTiranoc. 11r
341216 luglio 3, TiranoSententiaTiranocc. 11r–v
351214 agosto 25, TiranoIudicatumTiranoc. 11v
361205 marzo 6, TiranoCarta venditionisTiranoc. 11v
371174 agosto, Coseto di StazzonaCarta commutationisTiranocc. 11v–12r
381213 dicembre 4, TiranoCarta commutationisTiranoc. 12r
391170 settembre, TiranoCarta venditionisTiranocc. 12r–v
401212 novembre 26, TiranoCarta commutationisTiranoc. 12v
411213 marzo 29, TiranoCarta investitureTiranoc. 12v
421215 novembre 11, TiranoBreve Tiranocc. 12v–13r
431211 dicembre 12, TiranoCarta venditionisTiranoc. 13r
441222 luglio 3, TiranoCarta venditionisTiranocc. 13r–14r
451244 marzo 20, [Tirano]Carta venditionisTiranoc. 14r
461209 ottobre 26, Villa di TiranoAssensum Guilielmi Cumani episcopiVilla di Tiranoc. 14v
Il terzo quaterno

Il terzo quaterno, su supporto membranaceo, misura circa mm 310 di altezza e mm 195 di larghezza. La prima carta presenta al recto il lato pelo, procedendo poi sempre con affiancamento regolare. La pergamena utilizzata è di qualità discreta, pur presentando in modo ricorrente carte in cui è evidente la forma dell’animale.

Originariamente, il primo foglio membranaceo [103] era bianco. Annotazioni seriori presenti: «Et .MCCCXIIII°. pro cavatione in inventario Sancti Remigii [104]» (sec. XV); «Inventarium nonnullorum iurium bonorum monasterii Sancti Remigii» (sec. XVI); «Qui è dove si fa menzione che nella giesa di Sancto Romerio vi siano le sue reliquie et verum altri sancti» (mano secentesca correlabile al riordinameto del 1669 [105]).

In tutte le carte – dall’attuale c. 17r a c. 21v [106] – è delimitato, tramite rigatura a secco, lo specchio di scrittura (la cui altezza era di cira 275 mm di altezza e 175 mm di larghezza).

Il numero dei righi tracciati per ogni carta è variabile (da un minimo di 39 ad un massimo di 47 [107]). Nelle cc. 22v e 23r, originariamente prive di scrittura, fu poi copiato l’instrumentum venditionis del 1314 aprile 12, rogato da Fomasolo Bazus, del fu Giacomo, notarius de Tirano [108].

Il quaterno – come i due precedenti – fu scritto dall’unica mano di Rugerius de Beccaria. Anche in questo fascicolo la scrittura è vergata con inchiostro bruno.

Lo stato di conservazione è complessivamente cattivo, ancor più che nei primi due fascicoli; anche qui, in frequenti casi, sono presenti abrasioni pressoché assolute dell’inchiostro [109], accompagnate da estese macchie scure che interessano la scrittura in modo significativo. La lettura di queste parti di cartulario è possibile – talora con esiti parziali – solo grazie all’ausilio della lampada di Wood. Le integrazioni sono state realizzate sulla base degli antigrafi, quando conservati.

La raccolta, che non ha prologo, si apre con l’annotazione seriore «Instrumenti de beni di Sancto Romerio» (sec. XVII), immediatamente seguita da tre documenti vescovili. Complessivamente – per quanto riguarda i criteri selettivi, le responsabilità redazionali, le modalità formative – il quaterno riprende nella sostanza i primi due fascicoli: anche in esso si riscontra un piano di selezione topografica e il materiale è pure disposto in ordine indicativamente cronologico.

Il manoscritto comprende 23 documenti, tutti tramandati in copia autentica da originale, datati tra il dicembre 1106 e il 30 agosto 1215.

Si riporta di seguito la successione dei documenti nel terzo quaterno:

n.date cronica e topicanegozio giuridicoubicazione dei benicarte
11140, TiranoArdicionis Cumani episcopi pagina dispositionisc. 17r
21164 dicembre 4, TiranoBreve *sententie*c. 17r
31212 febbraio 12, StazzonaCarta constitutionisc. 17v
41212 febbraio 26, TiranoCausaBrusiocc. 17v–18r
51215 agosto 30, TiranoCarta *investiture*Brusioc. 18r
61106 dicembre, TeglioCartula (pagina) iudicatiBrusioc. 18r
71176 marzo, Villa di TiranoCarta venditionismonte di S. Remigiocc. 18r–v
81181 dicembre 19, Villa di TiranoFinis monte di S. Remigioc. 18v
91175 gennaio, Villa di TiranoCarta venditionismonte di S. Remigioc. 18v
101189 novembre 21, Villa di TiranoFinis et refutatiomonte di S. Remigioc. 18v
111174 dicembre, Villa di TiranoCarta venditionismonte di S. Remigioc. 19r
121106 dicembre, TeglioCartula iudicatimonte di S. Remigioc. 19r
131170 novembre, TiranoCarta investituremonte di S. Remigioc. 19r
141187 agosto 9, TiranoCarta commutationismonte di S. Remigioc. 19v
151151 dicembre, TresivioInvestituramonte di S. Remigioc. 19v
161213 agosto 27, StazzonaCarta commutationismonte di S. Remigioc. 20r
171185 dicembre 1, TresivioCarta venditionisVianocc. 20r–v
181186 marzo 4, TiranoCarta iudicatiVianoc. 20v
191187, BrusioCarta venditionisVianoc. 20v
201187 agosto 9, TiranoCarta commutationisVianoc. 21r
211200 giugno 2, TiranoCarta venditionisVianoc. 21r
221205 aprile 24, TiranoCarta venditionisVianocc. 21r–v
231154 dicembre, TiranoCarta concessionis et confirmationisc. 21v

Vicende moderne dell’archivio

Il 5 ottobre 1517 le chiese e ospedali di San Remigio e Santa Perpetua, con tutti i beni, furono annessi alla chiesa della Beata Vergine del ponte della Folla di Tirano – fondata al principio del XVI secolo – con la bolla «Ex commisso nobis» del papa Leone X [110]. L’archivio degli ospedali fu dunque versato nel tabularium della chiesa mariana: non si sono purtroppo rinvenuti elenchi di versamento o repertori cinquecenteschi attestanti tale operazione.

Nelle relazioni delle visite pastorali degli anni immediatamenti successivi, si deplorava il grave stato di disordine dell’archivio e si raccomandava ripetutatemente di porvi rimedio. Una adeguata conoscenza e una razionalizzata gestione delle scritture attestanti diritti, cespiti di reddito pertinenti al santuario mariano erano un’imprescindibile punto di partenza per un buon governo della chiesa, che versava sin dal principio del XVII secolo in difficili condizioni economiche [111].

Durante l’episcopato di Lazzaro Carafino (1626–1665), secondo una linea giuridico–documentaria condotta dal presule anche a livello archivistico centrale [112], si raccomandava di recuperare tutte le scritture a vario titolo spettanti all’archivio mariano e conservate fuori di esso, al fine di concentrare ordinatamente tutto il complesso documentario in un’unica sede conservativa. In primo luogo si doveva avere conoscenza delle scritture per recuperarle o per estrarne copie. Si legge tra gli ordini:

«Si potria far pubblicare un’editto di schomunica contra quelli che hanno scritture spettanti a detto luoco et non l’essibiscono, et anco contra quelli che occultano i legati ad essa chiesa fatti [113]».

In questo contesto furono attivati ed attuati numerosi interventi parziali, fortemente finalizzati [114] o legati a precise esigenze contingenti [115]. Da un lato vennero redatte superficiali ricognizioni di beni come adempimento per lo meno formale degli obblighi dei decreti visitali; dall’altro furono realizzate delle raccolte documentarie. Esse avevano precipuamente il fine di comprovare l’autonomia del santuario dai presuli e di difenderne il giuspatronato comunitario [116].

Di particolare rilevanza, tra le produzioni repertoriali di questi anni, il «Liber copiarum bullarum et privilegiorum decimarum eccetera Beatae Mariae de Tirano» [117]. Si tratta di un piccolo codice di 48 carte, con coperta in pergamena [118]; raccoglie, accanto a numerose copie semplici di bolle e di documenti pontifici attestanti i diritti del santuario mariano [119], anche alcuni documenti relativi agli ospedali di San Remigio e Santa Perpetua [120]. Per ogni trascrizione è presente la scritta, apposta in una seconda fase redazionale: «Scontrata cum originale», indicativa della metodologia utilizzata.

In realtà, gli interventi archivistici realizzati in questi anni non affrontarono il problema dell’archivio in una prospettiva globale, tanto che i documenti visitali dell’anno 1668 deplorano iteratamente lo spaventoso disordine e decretarono come improrogabile di porvi mano:

«Quanto edificati restassimo in vedere questa chiesa della Beata Vergine la cui bellezza dentro e fuori spira devozione e venerazione, tanto più scandalizzati restassimo in scorgervi la confusione del malgoverno: libri disordinati, glosati imperfetti, foglii stracciati, partite imbrogliate» [121].

«Inventario de qualonque scritture della veneranda chiesa della Madonna Santissima del Ponte della folla del comune di Tirano» (1669)

Nell’anno successivo all’emanazione dei decreti della visita, venne prodotto l’«Inventario generale de instrumenti, libri, privilegi, iuspatronati et cetera della veneranda fabbrica della gloriosissima Vergine Maria e sua chiesa al Ponte della folla del comune di Tirano» [122].

Alla carta 1r se ne chiarisce il contesto:

«Inventario de qualonque scritture della veneranda chiesa della Madonna Santissima del Ponte della folla del comune di Tirano e raggioni d’essa chiesa sin’hora estratte, cioè sin a dì 23 agosto 1669, esistenti nella casa e cassa di detta chiesa et cetera» [123].

Analizzando la struttura dell’inventario, effettivamente si riscontra, come prevalente, il dichiarato intento ricognitivo; si effettua un censimento del contenuto della casa e della ‘cassa dell’archivio’; non viene però realizzato un ordinamento vero e proprio della documentazione. In questo censimento sistematico le descrizioni sono basate soprattutto sull’osservazione dei caratteri materiali della documentazione, che risulta conservata in filze [124], plichi [125], pacchi [126], sacchi [127] e carnaioli [128]. Poca attenzione viene riservata alla natura giuridica dei documenti che – e vale soprattutto per quella più antica – viene frettolosamente descritta.

Per esempio, al numero di segnatura 266.v. si legge:

«Di più, un altro piecco di pezzi numero 9 instrumenti antichissimi cioè confessioni, una citatione papale, sindicati, mandati et cetera, tutti in carta pecora ligati insieme, l’ultimo che si usa coperta per tutti, et cetera, sotto il numero 266, per esser tutti antichissimi, et hora di puoco per non dir di niun valore [129]».

Estremamente difficoltoso – a causa soprattutto della sommarietà delle descrizioni – è il tentativo di rilevare l’entità della dispersione documentaria. Tra i pochi esempi possibili, si segnala la perdita certa del libro longo dell’ospedale di San Remigio, che ne conteneva la regola:

«n. 376 v: Ancora un libro longo, largo e basso, coperto di carta pecora nel quale si contengono li capitoli et ordini della regola delli confratri et sorelle dell’hospitale di Sancto Romerio, resultante fogli numero 8 in carta pecora, tutte scritte se non del tutto almeno nella maggior parte» [130].

Nel medesimo anno 1669 e nello stesso contesto amministrativo, furono avviati anche altri interventi di ricognizione archivistica. In particolare è conservato l’«Inventario di instrumenti ed altre scritture appartenenti alla casa Marinoni incominciato il 23 marzo 1669» [131]. Si tratta del censimento delle scritture della famiglia Marinoni, possedute dal sacerdote Giovanni Battista Marinoni, poi confluite nell’archivio del Santuario [132].

«Inventario o sia repertorio delle scritture sì publiche come private appartenenti al governo dell’insigne veneranda chiesa della miracolosissima Vergine Maria della Folla di Tirano diocesi di Como» (1714)

L’intervento archivistico del 1669 sulle scritture della chiesa della Beata Vergine – proprio per il suo carattere ricognitivo – non risolse i problemi della gestione delle carte, tanto che nel 1714 i rettori del santuario si rivolsero al notaio Giacomo Fratini, originario di Albosaggia e residente a Tirano [133], per realizzare un vero e proprio riordinamento dell’archivio del santuario nel suo complesso. Il Fratini, che seguì il criterio topografico tipico del tempo [134], testimoniò il proprio intervento con:

«Inventario o sia repertorio delle scritture sì publiche come private appartenenti al governo dell’insigne veneranda chiesa della miracolosissima Vergine Maria della Folla di Tirano diocesi di Como, de iuspatronato antico della medema magnifica università di Tirano, riformato con la possibile maggior diligenza, per maggior commodo ed uttile della medema veneranda chiesa et con più chiarezza per ordine de signori rettori dell’anno 1713 (...), comprese anco le scritture più antiche appartenenti alle chiese de Santi Romerio e Perpetua del medemo comune di Tirano come che già unite, annesse ed incorporate per autorità pontificia sin dall’anno 1517 a la medema veneranda chiesa di Nostra Signora, distribuite a luogo per luogo e riposte nelli suoi cassetti dell’archivio nuovo a quest’effetto fatto [135]: per poterle più facilmente ritrovare e servirsene nell’occorrenze, essendosene fatta di dette scritture la diligente e possibile esaminatione e separatione delle inutili, e di manco rilievo dalle utili e più necessarie per minor confusione divise e come sopra ripartite e riposte a luogo per luogo [136]».

Anche questo inventario rivela un approccio alle carte sostanzialmente empirico, ovvero legato alle esigenze amministrative del santuario mariano; nel contempo, tuttavia, lascia intravedere una certa sensibilità archivistica anche nei confronti dei ‘documenti inutili’. Purtroppo questo interesse non è supportato da adeguate conoscenze paleografiche. Di conseguenza sono frequentissimi gli errori nella lettura dei documenti (nella datazione e nella lettura delle voci onomastiche e toponomastiche).

Le carte, l’erudizione ottocentesca e gli studi successivi

Una tappa fondamentale per la conoscenza delle carte medievali valtellinesi fu la redazione del Codice Diplomatico della Rezia da parte di Francesco Fossati, edito in fascicoli sul Periodico della Società Storica Comense tra il 1883 e il 1900.

Nella premessa generale dell’opera [137] il curatore informava che le carte tiranesi presenti nel Codice diplomatico non furono da lui direttamente visionate e trascritte: veniva invece riportata la trascrizione che di alcune di esse aveva realizzato il sacerdote Giacomo Silvestri, durante gli anni in cui fu penitenziere presso il santuario mariano [138].

Il Fossati era entrato in possesso delle trascrizioni del Silvestri, rimaste manoscritte, per tramite di Giuseppe Picci [139]. Proprio il Picci nella lettera accompagnatoria alle trascrizioni trasmesse al Fossati – parzialmente riportata nella già menzionata premessa – aveva informato il curatore del Codice diplomatico che le trascrizioni furono dal Silvestri per lo più «estratte dai documenti» conservati nell’archivio di Tirano. Il Fossati si dispiace «di non poter pubblicare per disteso parecchi documenti spettanti al suddetto archivio della Madonna di Tirano, perché il sacerdote Silvestri non ne fece che degli estratti, avendo stimato inutile trascrivere di ciscuno di essi le formole notarili, che si ripetono sempre le stesse nei contratti privati». Le trascrizioni del Silvestri – riportate dal Fossati con maiuscole–minuscole e punteggiatura normalizzate – sono infatti per lo più parziali [140].

L’ampia circolazione delle trascrizioni del Silvestri negli ambienti di ricerca – locali e non solo – ingenerò una diffusione fortemente selettiva dei documenti tiranesi.

Enrico Besta – seppur ‘debitore’ delle trascrizioni del Silvestri, come le sue menzioni dei documenti tiranesi rivelano – nell’introduzione alla storia valtellinese Le valli dell’Adda e della Mera, parlò del Silvestri in modo non troppo lusinghiero:

«Nel Bormiese il Silvestri, le cui opere, pur troppo non più complete, si conservano disperse nelle biblioteche di Bormio, fu collettore di documenti piuttosto che ricostruttore [141]».

E Giampiero Bognetti, poi, nel suo lavoro «Sulle origini dei comuni rurali», presentando alcuni documenti tiranesi, precisò:

«Archivio di Santa Perpetua di Tirano. Copie Silvestri gentilmente favoritemi dal nobile prof. E. Besta, e così anche di seguito [142]».

Anche negli anni recenti, talvolta, le trascrizioni del Silvestri – con la mediazione del Fossati – hanno costituito una fonte di riferimento editoriale. Così anche nell’edizione del Bündner Urkundenbuch, che pubblicò (o ripubblicò nella trascrizione del Fossati) i documenti conservati in archivio che comportavano un interesse per la Svizzera, o per ubicazione dei beni, o per provenienza dei contraenti.

Da un punto di vista archivistico il secolo XIX fu età di grande fermento; tuttavia l’attuazione degli interventi non fu sempre felice [143]. Al chiudersi del secolo si ebbe l’imponente lavoro di trascrizione realizzato dal rettore del santuario Cristoforo De Giambattista [144]. Durante questo intervento furono realizzate anche le camicie che attualmente contengono le pergamene [145].

A metà del secolo scorso, infine, padre Ambrogio Maria Rugginenti [146], appartenente all’ordine dei Servi di Maria, realizzò una revisione globale dell’archivio, apportando una nuova segnatura alle unità archivistiche e talora correggendo i regesti e le trascrizioni del De Giambattista sulle camicie delle pergamene sciolte.

I documenti

Le unità documentarie conservate presso l’archivio del santuario tiranese relativamente all’epoca indagata sono 51. Si dà l’edizione dei 32 documenti conservati su pergamene sciolte (omettendo le varianti presenti nelle 15 copie autentiche nel cartulario); sono inoltre editi i 19 documenti conservati esclusivamente entro il cartulario [147].

L’edizione completa del cartulario verrà pubblicata in altra sede come contributo autonomo. L’intento è quello di meglio valorizzare questa fonte, con uno studio che solo in modo inadeguato sarebbe potuto essere inserito nel presente contesto.

La carta venditionis del dicembre 1078 è l’unico documento conservato, ad oggi noto, riferibile all’XI secolo. L’analisi delle segnature di padre Ambrogio Maria Rugginenti e la mancanza del documento con segnatura «1» fanno supporre che un altro documento, più antico e conservato in archivio, sia andato perduto in anni recenti.

L’inventario di Giacomo Fratini, ricco di inesattezze soprattutto nella lettura e nella corretta interpretazione delle carte più antiche, ha generato alcuni equivoci, determinando un sensibile incremento quantitativo di documenti riferiti a questo secolo. Ma essi in realtà sono risultati, ad un vaglio critico, di epoca più tarda. Quegli errori vennero poi ripresi dal Pedrotti nel suo studio Gli xenodochi di San Remigio e di Santa Perpetua; da qui confluirono poi in alcuni scritti di storia locale, nonché negli Atti privati Milanesi e Comaschi del Manaresi. Si impone dunque l’esigenza metodologica preliminare di fare luce su questi equivoci [148].

Il Fratini annota:

«Rinuncia fatta alla comunità di Tirano da Zanola fu Enrico Boneto di Tirano di un fondo zerbivo e gaudivo nel territorio di Tirano nel luogo ove dicesi Inglaria, sopra il chioso e molino di San Romerio; coheret da mattina strada, da mezzodì domino Ioseppo Brunon e suoi nipoti et parte comune, da sera mola del molin de San Romerio e da nullora Gaspare Gagliardo; la qual terra era tenuta ad accola da detta Zanola a nome di detta comunità, la quale acola poi con altre fu ceduta ai frati di San Romerio, conforme vedrassi a suo luogo, rogato dai due notai de Lofria l’uno e l’altro de Riva, il nome dei quali non si può comprendere quale sia» [149].

Questa indicazione viene ripresa dal Pedrotti [150] e passa quindi negli Atti privati Milanesi e Comaschi, ove si legge:

«L’atto non si trova nell’archivio del santuario di Tirano. Di esso si ha notizia nel libro inventario del 1712 (così) presso il detto archivio, p. 171, rub. n. 1. Nello stesso inventario si accenna anche, sotto lo stesso anno 1055, alla ‘donazione di un mulino ai frati di San Remigio presso Tirano’» [151].

Invero, il documento è chiaramente identificabile con una refutatio del 1255 aprile 25, attualmente conservata presso l’archivio del santuario mariano [152]. Nel protocollo è erroneamente indicato l’anno 1055; ma la datazione al secolo XIII è certa. Lo comprovano sia l’analisi della scrittura e dei caratteri formali del documento, sia il computo indizionale. In tale direzione muove inoltre l’identificazione del notaio rogatario in Oprando, del fu Vivencio de Ripa di Chiuro, notaio che svolse una documentata e ricca attività tabellionare anche per il comune di Tirano. Una conferma sostanziale proviene inoltre dai protagonisti della refuta: in particolare dalla menzione a Zanola fu Enrico Boneti, personaggio in vista nella politica del tempo, che il 22 novembre 1253 fu nominato dai vicini di Tirano procuratore ed assunse l’incarico dal detto comune di Tirano per ogni investitura ad accola di terre e boschi del comune di Tirano, insieme a Bertramo Bado, Pietrino de Immelda ed Egenallo Ferrarius, come si legge nella nomina rogata da Oprando de Ripa [153].

La genericità della seconda descrizione documentaria riferita negli Atti privati milanesi e comaschi non consente di individuare in modo certo il documento menzionato; ma l’inattendibilità dell’inventario settecentesco mi ha fatto decidere di non inserire questa menzione nel corpus dell’edizione.

E ancora, il Fratini annota:

«Vendita fatta alla chiesa di San Remigio di Tirano da Giovanni di Menega di Tirano nominalmente di tutti quei terreni che detto Giovanni aveva in Piano, consistenti in due pezze prative, per il prezzo di soldi 8 imperiali. Rogato da Nolfo e Guglielmo d’Oldo notai» [154].

Anche in questo caso l’indicazione viene ripresa dal Pedrotti [155] e quindi dal Manaresi. Negli Atti privati Milanesi e Comaschi si legge:

«L’atto non si trova nell’archivio del Santuario di Tirano. Di esso si ha la notizia, che qui si riporta, nel libro inventario del 1712 presso il detto archivio, rubr. n. 2, p. 144» [156].

L’identificazione certa del documento rimanda alla carta venditionis del 1187, qui edita al n. 35. Si veda la nota introduttiva del documento per una messa a punto della questione che riguarda la sua complessa cronologia.

Il Pedrotti al n. 5 dell’elenco cronologico riferisce di altro documento a suo parere ascrivibile all’anno 1087 aprile 13. Viene descritto come di seguito:

«Investitura concessa dai frati di San Remigio a Basso fu Denego de Dusura di Poschiavo di un campo dove si dice in Sesena, per l’annuo fitto di lire 8 imperiali. Notaio: Federico fu Alberto».

Ma il regesto raccoglie numerosi errori interpretativi; il documento descritto è chiaramente identificabile con la locatio oggi conservata al numero di segnatura 318, in data 1287 aprile 13, Poschiavo, rogata da Federico, notaio, figlio di Compagnone de Albrico, di Poschiavo. In essa il sacerdote Giacomo di San Romedio, cappellano e beneficiale anche della chiesa di Santa Perpetua, investe a locazione, secondo l’uso e la consuetudine della terra di Poschiavo, Basso fu Menego di Clusura di Poschiavo di un campo sito in territorio di Poschiavo, nel luogo ove dicesi in Resena, per l’annuo fitto di 18 denari imperiali da versare alla festa di san Martino.

Il Pedrotti adduce di altri documenti che riferisce all’XI secolo: il numero 1 nell’elenco cronologico proposto dall’autore, in data 1050 circa, descritto come «testimonianza di beni a Tavernola». Effettivamente gli ospedali di San Remigio e di Santa Perpetua, in tre documenti della metà del XIII risultano avere beni a Tavernola, in territorio di Tirano [157]. In essi i vicini di Tirano, riuniti in assemblea plenaria dei capifamiglia, richiamano le investiture ad accola conferite in varie epoche dal comune alle chiese e confratelli di San Remigio e Santa Perpetua per il canone annuo complessivo di 15 denari imperiali e 6 congi di vino, descrivendo in modo analitico i beni: il documento menzionato dal Pedrotti potrebbe essere identificato con uno di questi documenti, ma non possono essere smentite in modo certo altre possibili ipotesi.

Inoltre il Pedrotti, con un evidente errore interpretativo, data al 6 dicembre 1100 il documento qui edito al n. 2, in data 1106 dicembre [158].

Infine, merita una menzione il documento descritto dal Pedrotti al numero 3 dell’elenco cronologico. Si tratterebbe di una carta venditionis del 1073 marzo, Lecco, nella quale Guido prete, ufficiale della chiesa di Sant’Alessandro di Brivio, figlio di Arimondo di Sartirana, e i fratelli Vuifredo ed Amizo del fu Bertaro, di Beverate e di legge longobarda, vendono a Fedele del fu Attone, di Campo d’Isola Comacina, alcuni beni siti dentro e fuori del castello di Tirano. Il documento, conservato in Archivio di Stato di Milano nel fondo Isola Comacina [159], sarebbe la più antica testimonianza ad oggi nota che menzioni Tirano e il suo castello: per questo motivo fu inserito nell’elenco cronologico e non per una attinenza istituzionale agli ospedali e ai loro tabularia [160].

Gli spunti più significativi offerti dai singoli documenti vengono sviluppati negli apparati che li accompagnano; in essi si dà conto di eventuali anomalie o di tratti peculiari, si tentano alcune prime e provvisorie riflessioni di sintesi volte a definire una prima fisionomia del gruppo locale dei professionisti della scrittura. Per esempio, riguardo agli usi cronici si è potuto rilevare sin d’ora come costituisca prassi comune da parte dei notai di area tiranese l’uso dell’indizione settembrina.

Una difficoltà generalizzata si è riscontrata nell’individuazione dei riferimenti microtoponomastici: per l’individuazione delle zone di ubicazione dei beni fondiari degli ospedali, entro un contesto territoriale in cui i boschi, selve e alpeggi erano anch’essi determinanti nella definizione toponomastica dei luoghi, ci si è rifatti all’inventario del 1255. Tali integrazioni, inserite nei regesti laddove occorreva, hanno consentito di ricostruire in modo documentato e con buona approssimazione il paesaggio dei beni degli ospedali per il periodo indagato.

Va qui certamente segnalata la presenza di un piccolo nucleo di scritture conservate nel tabularium degli ospedali: si tratta di 7 documenti definibili come vescovili.

Questo nucleo documentario si presenta di tutto rilievo entro il contesto diocesano, che risulta – allo stato attuale delle conoscenze – povero di scritture riconducibili ai presuli di Como.

Mi riservo invero di tornare su questo tema in una fase più avanzata della ricerca, in considerazione soprattutto delle nuove prospettive che vanno in proposito aprendosi proprio a partire dall’edizione dei fondi minori delle carte valtellinesi.

Per concludere, si rileva che sul dorso delle pergamene solo sporadicamente si sono individuate annotazioni medievali; costanti sono invece le annotazioni di epoca moderna, alcune delle quali possono essere riferite a mani specifiche:

  • annotazione cinquecentesca che indica l’ubicazione del bene oggetto del negozio giuridico. Si tratta della stessa mano, come pare, che nei quaterni di cartulario talora annota quando i beni sono siti in territorio di Sondrio;
  • segnatura secentesca, in cui il numero è preceduto da “n°”. Questo numero di segnatura non è riferibile all’inventario del 1669.
  • mano settecentesca (ad oggi non identificata). Essa:
    • regesta il documento
    • quando il documento ha una copia nel ‘Libro delle pergamene’ (raccolta settecentesca di regesti dei documenti conservati nel cartulario), rimanda ad esso (ACTrn, Inventari, I/22).
  • segnatura di padre Ambrogio Maria Rugginenti, della metà del secolo XIX.
  • segnatura legata al riordinamento parziale ottocentesco. Esso determinò l’inserimento di alcune delle pergamene entro cartelle, in base all’oggetto. Si è rilevato che, laddove sia presente questa segnatura, manca quella del Rugginenti, il quale non visionò queste pergamene, reintegrate nella Sezione membranacea solo in anni recenti.

Nella tabella che segue si dà conto delle note dorsali rilevate su ciascun documento:

n. di edizionemano coevaannotazioni ubicazioni (sec. XVI)segnatura (sec. XVII)rimando libro delle pergg. (sec. XVIII)regesto (sec. XVIII)segnatura Rugginentiriord. (sec. XIX)
1 X2
2 [A] X3X n° 438 sub n° 14
2 [B] X2X n° 381 sub n° 3
4 X X 4
5 X6
6 X X5
7 82 X408
9 X7
11 X8
12 82 X408
17 5X N° 381 sub n° 2
19 X10
20X 191 X11
23 X12
24XX3X 13
25 X14
26 X6X 15
29XX192 X16
30 X6X 17
34X X19
35 [B] X 21
35 [B’] 2 X3
35 [B’’] 4X 20
36XX262, 5 N° 381 sub n° 4
37XX X 22
38 X18
39 2 X23
41 X24
42 X25
44 X 26
45 3X 27
46 X61 X28
47 X4X 29
48 X30
49 X31

Note

[1] Per una presentazione generale dell’archivio cf. ZOIA, L’archivio del santuario, pp. 103–128.

[2] Per una presentazione del documento e per un’analisi della sua traditio si rimanda al testo introduttivo del doc. qui edito al n. 7.

[3] Si tratta della pagina dispositionis del 1140 qui edita al n. 6 (FOSSATI, Codice diplomatico, IV, n. 101, p. 50) e della carta concessionis et confirmationis del 1154 dicembre (ivi, VI, n. 114, p. 269) qui edita al n. 10.

[4] Questo documento (qui edito al n. 5) e quello al n. 6 sono gli unici, anteriori al sec. XII, integralmente trascritti all’interno della raccolta di regesti curata da don Egidio Pedrotti: PEDROTTI, Gli xenodochi, n. 1, pp. 197–198 e n. 2, pp. 198–199.

[5] PEDROTTI, Gli xenodochi, n. 13, p. 51 (qui doc. n. 8).

[6] Doc. qui edito al n. 12.

[7] Complessivamente risultavano così editi (o parzialmente editi), tra i documenti pubblicati dal Fossati e quelli pubblicati nel Bündner Urkundenbuch, 29 documenti dei 51 qui presentati.

[8] Prime ricerche in MORETTI, Ospizi di S. Remigio a Brusio e Santa Perpetua a Tirano, pp. 171–195; LANFRANCHI, Economia agricola e società medievale valtellinese. Cf. inoltre PEDROTTI, Gli xenodochi. Per una contestualizzazione delle istituzioni in esame nell’ambito territoriale, una prima trattazione in MORETTI, Introduzione, in Gli Umiliati, pp. 29–48 (con ricca bibliografia). Riferimenti agli ospedali in oggetto in AUREGGI, Considerazioni sulla disciplina giuridica degli ospizi alpini, pp. 3–13; MIRA, Il materiale archivistico dell’ospedale di Como, pp. 478–488; AUREGGI, Ospedali e vescovi, pp. 38–56; BELLONI, Hospitales e xenodochi: loro funzioni e finalità, pp. 475–482; BELLONI ZECCHINELLI, BELLONI, Hospitales e xenodochi. Mercanti e pellegrini, in part. le pp. 14–20.

[9] Ospedale e chiesa di San Remigio o di San Romedio?
Si confessa che la fase di denominazione di questa raccolta di documenti (Le carte dell’ospedale di San Remigio di Brusio) ha rappresentato un lavoro assai meditato e per certi versi ‘sofferto’. L’articolarsi complesso della ricerca che ha condotto a tale scelta non può essere discusso in ogni particolare mediante una breve nota. Tuttavia, data l’importanza di questa problematica in relazione alla chiesa della val Poschiavo, è utile esporre alcuni elementi volti a chiarire soprattutto lo status quaestionis.

Il primo nodo problematico è quello della precisa identità del santo a cui la chiesa era dedicata: l’identificazione di san Remigio/Romedio è tema di per sé storiograficamente complesso e afferisce a problematiche differenti (agiografiche, liturgiche, linguistiche …).

San Romedio è ritenuto un laico di nobile famiglia, conte di Thaur, il quale, rientrando in patria dopo un pellegrinaggio a Roma, a Trento si sarebbe incontrato con il vescovo locale Vigilio (fine IV sec.) e avrebbe deciso di abbracciare la vita anacoretica (cf. Bibliotheca Sanctorum, IX, coll. 343–345). Intorno all’anno Mille, a Sanzeno in Val di Non, su una parete scoscesa, sorse in suo onore un primo santuario, meta di pellegrinaggi. Tale venerazione è testimoniata dal Sacramentario Adelpretiano (del vescovo Adelpreto II, † 1172) (cf. le pagine di DELL’ORO in Monumenta liturgica Ecclesiae Tridentinae, vol. II/B, particolarmente le pp. 887–889) e già in precedenza dai vescovi di Trento: Adelperone († dopo il 1104) e Gebardo († dopo il 1120) (cf. le pagine di ROGGER in Monumenta liturgica Ecclesiae Tridentinae, vol. I. pp. 54–55). Alla vita eremitica di Romedio si ispirarono quei laici che furono anche i primi custodi del santuario anaune, aderendo al movimento di spiritualità che caratterizzò l’Europa in quell’epoca (per un approccio generale, in particolare relativamente alla santità dei laici, al posto dei laici nell’ecclesiologia medievale, al tema dell’agiocrazia, cf. in particolare VAUCHEZ, La santità nel Medioevo; e inoltre IDEM, Esperienze religiose nel Medioevo, in particolare p. 129 e sgg. e – in questo contributo – la nota 30). Anche la chiesa sopra Brusio e i fratres dell’ospedale annesso paiono essere legati a tale esperienza e condividere le finalità annesse alla espansione di questo tipo di spiritualità laicale. Invero la edificazione alpestre poschiavina ha indubbie analogie con quella di Sanzeno, ed ambedue le località costituiscono punti strategici del collegamento viario alpino. È inoltre significativo il fatto che ai fratres venne consegnata la regola di sant’Agostino, con successiva conferma da parte di Ardizzone I, nel 1150. Il che sembra richiamo alle origini di una vocazione e conferma di un tipo di servizio prevalentemente laicale, come quello ispirato alla spiritualità di Romedio eremita. L’analisi delle varianti linguistiche all’interno dei documenti, inoltre, sembra avvalorare tale ipotesi: infatti i documenti legati alla ‘gestione interna’ dell’ospedale, specie nella prima parte del XII secolo, presentano una netta prevalenza delle forme Romedio/Romedhio/Remedio (docc. nn. 2, 3, 4, 8, 16, 17, 18, 19, 21, 22, 24, 26, 30, 31, 47, 48). E anche le persistenze linguistiche nel dialetto della val Poschiavo (San Ruméri) parrebbero essere un ulteriore elemento di avvallo in questa prospettiva.

Tuttavia, l’identificazione (oppure il riconoscimento dell’opportunità di identificazione) nel Romedio sopra descritto non era nient’affatto scontata e risentiva della compresenza della figura, assai più celebre, di san Remigio vescovo di Reims, ben noto in ambiente comasco. Il culto del presule remense – già promosso da papa Leone IX che ne consacrò la chiesa nel 1049 (cf. HOURLIER, Extension du culte de sant Remy en Italie, pp. 181–183) – si diffuse, solennemente celebrato, nell’Italia del Nord – ma anche al Sud – attraverso la presenza dei monaci provenienti dalle regioni francesi. Lo celebrarono già i primi benedettini cluniacensi chiamati dal vescovo Alberico, nella fondazione dell’abbazia di Sant’Abbondio, confermata nel 1013. Il culto di Remigio di Reims fu certamente praticato da quei monaci stabilitisi a Como e, probabilmente, anche da quelli della abbazia di San Carpoforo successivamente voluta da Litigerio (1140 circa). Ciò è documentabile per il fatto che allo scriptorium del monastero comasco di Sant’Abbondio è attribuita la redazione di una ufficiatura di san Remigio (o per lo meno la notazione neumatica di essa) all’interno del codice oggi conservato all’Archivio dell’abbazia di Montecassino, con segnatura ms. K 494 (sec. XI), parzialmente presentato da SESINI, La notazione Comasca, p. 9. Questo codice offre trascritti, fino alla c. 130r, la vita e i miracoli del vescovo remense, secondo la redazione leggendaria di Icmaro di Reims, (MGH, Scriptores rerum Merovingicarum (III), pp. 110 e seguenti), poi le pagine finali (cc. 130r–132v) recano, dopo alcuni inni per il santo senza melodia, una ampia sezione di canto dell’ufficiatura del santo (antifone e responsori ricavati dalla Historia di Icmaro) in notazione messino–comasca. Il nome di Remigio (vescovo) sarà ancora presente tra i santi invocati nelle litanie contenute in alcuni libri liturgici in uso nelle zone comasche, a partire dal codice 2110 della Biblioteca Nazionale di Roma (Sessoriano 136), scritto nella stessa notazione del precedente, sempre nel secolo XI. Esso pure è dichiarato appartenente al monastero di Sant’Abbondio (cf. in particolare la puntuale scheda descrittiva di SPOTTI in I luoghi della memoria scritta, p. 78).

Non pare casuale, alla luce di questa seconda serie di dati, il fatto che sei tra i sette documenti vescovili qui editi, adottino le forme di Remigio/Remegio (fa eccezione solo il doc. qui edito al n. 8), né pare involontario il progressivo affermarsi di dette varianti nella seconda metà del secolo XII (cfr. i docc. ai nn. 5, 6, 7, 10, 12, 14: tutti vescovili; 9, 13, 15, 33, 35, 37, 44, 45, 49, 51). Tuttavia anche le analisi attinenti all’ambito linguistico qui proposte debbono essere recepite in modo dubitativo. Ne è prova un dato analogo riscontrabile in ambito della diocesi di Trento: se infatti nel già citato calendario Adelpretiano si nota la distinzione tra "Remigii" (Remigio vescovo) e "Remedii confessoris" (Romedio eremita) – ambedue celebrati il primo di ottobre (tali annotazioni sono cronologicamente riferibili al secolo XII) –, nel martirologio abbreviato (sec. IX), contenuto nel Sacramentarium Tridentinum, al primo di ottobre si legge "Remedii episcopi". È pertanto difficile documentare se all’interno dei documenti vescovili sia stata operata una scelta precisa di denominazione e di identità e, anche una volta che ciò fosse dimostrato, appare di enorme difficoltà motivarne le ragioni. Come già da me lamentato in altri contesti, non è possibile oggi fare riferimento ad un corpus di edizioni dei documenti dei vescovi di Como, né fare riferimento a studi esaustivi sulle loro figure e sul loro operato (una tra le rare eccezioni in questo senso è lo studio della figura del vescovo Rainaldo (1063–1084) condotto da ZERBI, Il vescovo comense Rainaldo, pp. 23–44). Né è da escludere a priori l’ipotesi di una sovrapposizione di identità (come avvenuto nello stesso santuario di San Zeno della val di Non) dovuta, oltre che alla ononimia o alla fluttuazione dell’indicativo nominale, anche al dato che la memoria liturgica di entrambe le figure ricorreva, simultaneamente, il primo di ottobre.

È certo il fatto che nel decorso dei secoli la figura di Remigio vescovo finì a prevalere, come in diocesi, anche nel territorio tiranese con progressivo oscuramento della memoria del beato laico, fino a soppiantarla. Quale esempio eclatante si richiama il fatto che sulla facciata cinquecentesca del santuario della Beata Vergine di Tirano, come segno di memoria dell’antico ospedale della val Poschiavo, si trova la scultura rinascimentale di Remigio vescovo.

Per questi motivi oggettivi che documentano la generale affermazione della figura del vescovo mettense, assommati alla inopportunità di riportare sotto la denominazione ‘romediana’ i 7 documenti vescovili, ho scelto di intitolare questa raccolta con riferimento al nome di Remigio. Tuttavia viene qui fortemente rimarcata la volontà di richiamare la natura laicale del santo confessore al quale è da ascrivere probabilmente la spiritualità delle origini, al fine di non perdere una connotazione importante nella storia di questo ospedale, la cui fondazione non è ragionevolmente riconducibile a radici monastiche (vide infra).

[10] ACTrn, Inventari, I/1, c. 1r.

[11] Cartula iudicati qui edita al n. 2.

[12] Da qui l’itinerario si dirigeva in val Venosta, diramandosi in alta quota e conducendo nelle valli d’Ultimo, di Non (ove è eretto il più importante santuario remigiano), di Rabbi, di Sole, nonché attraverso la via alta, in val Venosta a Müstair. Mancano studi sistematici, fondati su solide basi documentarie e archeologiche, riguardo alla viabilità medievale valtellinese. Spunti interessanti in GORFER, Itinerari alpini nel Medioevo, pp. 47–70.

[13] Cf. la nota 11.

[14] Di servitores ecclesie Sancti Remigii si parla anche nei documenti qui editi ai nn. 3, 8 e 13.

[15] Denominazione usuale nei documenti vescovili, qui editi ai numeri 5, 6, 12.

[16] Cf., per esempio, i docc. qui editi ai nn 8, 15, 18 e 21.

[17] Cf. il doc. qui edito al n. 10.

[18] Cf. il doc. qui edito al n. 32.

[19] Cf. il doc. qui edito al n. 44.

[20] ACTrn, SM, 180.

[21] L’identità di santa Perpetua non è mai stata criticamente precisata. Tradizionalmente, nella letteratura sull’ospedale, essa viene identificata – senza specifiche motivazioni – con santa Perpetua martire di Cartagine (per es. cf. MORETTI, Gli ospizi, p. 181, nota 46; LANFRANCHI, Economia agricola e società medioevale valtellinese, p. 9). In realtà tale ipotesi è discutibile, a partire da una considerazione di natura agiografico–liturgica. Invero la figura della martire africana già dall’antichità non figura mai dissociata da santa Felicita, compagna del martirio. Le due sante in coppia, rese celebri già dal principio del III secolo, in particolare grazie alla diffusione dalla Passio sanctarum Perpetuae et Felicitatis (cf. l’edizione a cura di C. van Beek, oggi disponibile in formato digitale a cura di Willis Johnson della University of Chicago), figurano già nella Depositio Martyrum romana redatta dal Chronographus del 354 (cf. DUCHESNE, Liber Pontificalis, I, p. 11); in seguito sempre in coppia appaiono nelle intercessioni del Canone della Messa romana (paragrafo Nobis quoque peccatoribus) riportato dai Sacramentari (DESHUSSESS, Le Sacramentare Grégorien, p. 90, cf. inoltre MOHLBERG, Sacramentarium Gelasianum, p. 186); parimenti in coppia sono pure tradizionalmente invocate nei vari formulari delle Litaniae Sanctorum. Non si esclude che il riferimento succitato a Perpetua di Cartagine possa essere frutto di un fenomeno tardivo di contaminatio, forse analogo a quello precedentemente descritto in relazione a san Remigio/Romedio (cf. la nota 9).

Gli antichi affreschi dell’emiciclo absidale della chiesa presentano la santa centralmente, tra Pietro e Paolo e circondata da altri apostoli: questo potrebbe essere un buon elemento indiziale a favore della sua identificazione nella moglie di san Pietro, del quale Gesù guarì la suocera (Mt 8, 14); essa sarebbe morta martire dopo aver accompagnato a Roma il principe degli apostoli.

Di una terza Perpetua, pure martire romana, è inoltre noto il culto antichissimo diffuso a Milano. Relativamente alle tre ipotesi affacciate cf. Bibliotheca Sanctorum, vol. X, col. 592–593.

[22] Per esempio, cf. il prologo dell’«inventarium seu memoriam terrarum et rerum territoriarum et sediminum ecclesiarum beatorum Sanctorum Remigii et Pastoris et Sancte Perpetue residentium in episcopatu Cumani in Valtelina (…) et hospitalis earumdem ecclesiarum» del 1255 (ACTrn, Inventari, I/1, c. 25r). Oppure cf. la vendita del 1253 novembre 19, Tirano, ove leggesi: «domus et congregacio et hospitalis ecclesiarum Sancti Remigii e Sancte Perpetue» (ACTrn, SM, 212), o quella del 1262 dicembre 13, Tirano, in cui si parla di «hospitalis et conventus Sanctorum Remigii et Perpetue» (ACTrn, SM, 257).

[23] IMBERT, Ospedale, coll. 922–944. Inoltre MERLO, Esperienze religiose, pp. 11–14 e ALBINI, Città e ospedali nella Lombardia medievale, in particolare la Premessa, pp. 9–16, nonché Fondazioni di ospedali in area padana, pp. 19–53.

[24] I chierici sono sporadicamente documentati come presenti nella comunità e solo in un caso – per i secoli indagati – «Lafrancus presbiter» agisce «a parte ecclesie Sancti Romedii» (cf. il doc. qui edito al n. 4). Riguardo a questo aspetto cf. in particolare RANDO, Laicus religiosus, pp. 43–58.

[25] Cf., per esempio, ACTrn, SM, 64, 78, 110, 131, 172. Su questo tema si veda MERLO, Tra ‘vecchio’ e ‘nuovo’ monachesimo, pp. 447–469; Uomini e donne in Comunità, in particolare i contributi di GAZZINI, Uomini e donne nella realtà ospedaliera monzese, pp. 127–144; CESANA, Uomini e donne nelle comunità ospedaliere di Como, pp. 145–160; VARANINI, Uomini e donne in ospedali e monasteri del territorio trentino, pp. 259–300. Inoltre cf. RANDO, Laicus religiosus, pp. 43–84.

[26] Sugli ospedali cittadini misti sono state realizzate alcune tesi di laurea rimaste nella quasi totalità inedite: GRANATA, I documenti più antichi per la storia dell’ospedale di San Lazzaro; questa tesi è parzialmente edita con lo stesso titolo in «Aevum», 54 (1980), pp. 231–256; TINI, Gli istituti ospedalieri in Como, RICCI, L’ospedale di San Vitale di Como; ARIZZA, L’ospedale di San Vitale in Como; DELLA TORRE, L’ospedale di San Bartolomeo di Como attraverso i documenti del ‘Codice dei Crociferi’. Ma soprattutto cf. CESANA, Uomini e donne nelle comunità ospedaliere di Como, pp. 145–160 e GRILLO, Fra vecchi e nuovi documenti, pp. 261–280.

[27] Per esempio ACTrn, SM, 77 e 131.

[28] Cf. la carta electionis del 1251 aprile 2 in ACTrn, SM, 192.

[29] ASMi, FR, PA, b. 104, n. 81 (carta commutationis del 1193 febbraio 15, Tresivio).

[30] L’efficace ed ormai paradigmatica espressione è di MERLO, Religiosità e cultura religiosa dei laici, pp. 205.

[31] GHEZZI, Ospedali di passo: Casaccia e Camperio sulla strada del Lucumagno, pp. 397–413.

[32] Le carte di questi ospedali sono state di recente edite in Le pergamene dell’archivio della Prepositura di Trento, a cura di E. Curzel, S. Gentilizi e G. M. Varanini.

[33] VARANINI, Ospedali e monasteri, p. 266.

[34] Ivi, p. 264.

[35] SERGI, Alpi e strade nel Medioevo, pp. 43–50. Ma anche IDEM, Domus montis Censii, pp. 435–487, e Monasteri sulle strade del potere, pp. 33–55.

[36] A questo proposito cf. DE VITRY, Historia occidentalis, scritta nel 1220 circa; in particolare tutto il capitulum XXIX: De hospitalibus pauperum et domibus leprosorum ove si legge: «Sunt insuper alie, tam virorum quam mulierum seculo renunciantium et regulariter in domibus leprosorum vel hospitalibus pauperum viventium, absque estimatione et numero certo in omnibus occidentis regionibus congregationes, pauperibus et infirmis humiliter et devote ministrantes. Vivunt autem secundum Sancti Augustini regulam absque proprio et in communi sub unius maioris obedientia et, habitu regulari suscepto, perpetuam domino promittunt continentiam. Seorsum autem viri et seorsum femine cum omni reverentia et castigate dormiunt et manducant» (pp. 146–147).

[37] Doc. qui edito al n. 10.

[38] Nella pagina dispositionis, nel contesto di una controversia tra Giovanni, converso della chiesa di San Remigio, e il clero di Villa, Ardizzone I, secondo quanto già stabilito dal suo predecessore Guido, dispose che il giorno della consacrazione i conversi della chiesa di San Remigio offrissero il cibo a pranzo e cena a cinque chierici della pieve di Villa e consegnassero loro la metà delle offerte; il giorno della festa di san Remigio offrissero il cibo come sopra a tre chierici e che il giorno della festa di san Martino versassero ai chierici due soldi come censo. Doc. qui edito al numero 6.

[39] Doc. qui edito al n. 7.

[40] Doc. qui edito al n. 12.

[41] Doc. qui edito al n. 7.

[42] Doc. al n. 14 della presente edizione.

[43] Una riflessione sul legame tra strade, ospedali e pellegrinaggi era già stata suggerita da RAJNA, Strade, pellegrinaggi e ospizi. A questo proposito cf. almeno ALBINI, Strade e ospitalità, pp. 205–252 e il volume miscellaneo Luoghi di strada nel medioevo, a cura di G. Sergi, in particolare il saggio di GREMAGLIA, Vie di comunicazione e centri ospitalieri, pp. 147–178 e quello di COMBA–SERGI, Piemonte meridionale e viabilità alpina, pp. 237–246. Sono certamente estendibili anche a quest’area alpina le riflessioni di metodo contenute in quest’ultimo studio ricordato: gli autori sottolineano l’esigenza di «approfondire l’analisi delle oscillazioni d’uso dei percorsi alpini minori» (ivi, p. 246), nella convinzione che «le zone alpine non attraversate da grandi strade di importanza europea debbano essere studiate con strumenti diversi e peculiari, con maggiore attenzione per l’incidenza dei poteri signorili locali e per la cronologia dell’intensità dei traffici lungo i vari percorsi» (ivi, p. 237) al fine di giungere a «un’interpretazione per quanto possibile dinamica e articolata dello sviluppo della rete stradale, in connessione con il variare delle dominazioni politiche e della situazione economica» (ivi, p. 238).

[44] Per esempio : ACTrn, SM, 78, 88, 244.

[45] ACTrn, Inventari , I/1, c. 25r.

[46] Ivi, I/1, cc. 26r–29v.

[47] Doc. n. 20.

[48] ACTrn, Inventari , I/1, c. 30r.

[49] Doc. n. 29.

[50] ACTrn, SM, 131.

[51] ACTrn, SM, 132.

[52] ACTrn, SM, 199.

[53] In realtà, il rapporto istituzionale tra le comunità di San Remigio e di Santa Perpetua prevedeva – ma le testimoniane ad oggi note sono tarde – anche il coinvolgimento di altre istituzioni ecclesiastiche locali, entro rapporti sfaccettati e complessi. Ciò risulta nel 1330 allorché in un decretum rogato da Abbondiolo de Asinago per conto del vescovo Benedetto de Asinago è attestata l’esistenza della «domus de Sancto Romerio et Sancta Perpetua et de aliis domibus sibi uniti vel subiectis Vallisteline» (ASCo, AN, b. 1, p. 36). Questo aspetto necessita con ogni evidenza di maggiore approfondimento.

[54] Cf. per esempio ACTrn, SM, 143, 160, 164, 180.

[55] Per esempio nei primi due fascicoli del cartulario, è presente – alla c. 7v – sia una pagina concessionis (1209 ottobre 28, Tresivio) del vescovo Guglielmo della Torre a favore dell’ospedale di San Remigio per l’esenzione del pagamento delle decime all’arciprete di Villa sulle terre novali, sia – alla c. 14v – l’Assensum (1209 ottobre 26, Villa di Tirano) concesso dal medesimo presule all’ospedale di Santa Perpetua riguardante il medesimo oggetto.

[56] Riguardo alla famiglia de Becaria cf. ASDC, Mensa vescovile, Carte, b. VI, fasc. 1. Tutto il corposissimo fascicolo, di carte non numerate, contiene documenti relativi alla famiglia, in particolare investiture e riscossioni di decime per beni a Sondrio, Montagna e Tresivio (la documentazione, che riguarda soprattutto il sec. XV, ma con frequenti richiami ai secoli precedenti, documenta i consolidati diritti detenuti dalla famiglia).

[57] Rugerio de Becaria risulta rettore del capitolo delle chiese di San Remigio e di Santa Perpetua nel 1238 (ACTrn, SM, 133), nel 1257 (ivi, SM, 235, 236), nel 1258 (ivi, SM, 239), nel 1260 (ivi, SM, 248) e nel 1261 (ivi, SM, 250); nel 1262 rappresenta il capitolo delle chiese (ivi, SM, 257). Ricoprirà tale carica continuativamente dal 1266 al 1285 (ivi, SM, 260, 261, 266, 267, 270, 271, 273–279, 280–282, 284, 288, 291, 292, 296, 297, 304). L’ultima menzione di Rugerio vivente è del 1285 e risulta residente a Santa Perpetua (ivi, SM, 309). Nel 1287 risulta essere rettore frater Giacomo de Niardo (ivi, SM, 322), che lo aveva associato nella reggenza a partire dal 1283 (ivi, SM, 302).

[58] Riguardo ai diritti di decima detenuti dalla famiglia nei territori di Montagna, Tresivio e Tirano, ampia è la documentazione conservata in ASMi. Cf. – per esempio – ASMi, FR, PA, b. 104, docc. 56, 59, 77.

[59] Per esempio: ACTrn, SM, 130 (1236), 136 (1238), 137 (1239), 143 (1240), 146 (1242), 147, 153 (1243), 156, 159 (1244), 163 (1245), 170, 171 (1247) e numerosi altri, con continuità negli anni.

[60] ACTrn, SM, 165.

[61] Per esempio: ACTrn, SM, 216 e 217 per l’anno 1253.

[62] Gerardo risulta appartenere alla comunità di san Remigio nel 1244 (ACTrn, SM, 163).

[63] Gerardo risulta morto nel 1251, allorquando la moglie Gisla si ritira a San Fedele di Pendolasco (ACTrn, SM, 192).

[64] ACTrn, SM, 309.

[65] Per i documenti rogati da Rugerio non riconducibili all’istituzione ospitaliera: cf. ACTrn, SM, 112 (1231), 155 (1243), 158 (1244), 162 (1244), 166 (1246), 167 (1247), 176 (1249), 182 (1249), 191 (1251), 210 (1253) e numerosi altri documenti, con continuità negli anni.

[66] Cf. per esempio le vendite nelle quali Gerardo de Becaria acquista beni da privati del luogo, in una evidente fase espansiva della famiglia: ACTrn, SM, 89 (1213 ottobre 20, Tresivio); ivi, SM, 92 (1214 gennaio 28, Ponte di Valtellina).

[67] Sull’istituto notarile valtellinese è in corso una tesi di dottorato in Storia Medievale da parte della dottoressa M. L. Mangini, Università degli Studi di Milano, relatore prof. M. F. Baroni.

[68] Intorno alla metà del Duecento si assistette in particolare a cause che riguardavano la definizione delle relazioni tra l’istituzione ospitaliera e la chiesa di San Lorenzo di Villa (in part. cf. ACTrn, SM, 152: con il decreto del 1243 settembre 15, Stazzona, Bregondio della Torre di Mendrisio, vicario di Uberto de Sala vescovo di Como (1228–1256), stabiliva – in presenza di Giovanni Calignus di Tirano, canonico e sindaco della chiesa e capitolo di San Lorenzo di Villa, e di Giovanni de Ponte, converso e sindaco delle chiese di San Remigio e Santa Perpetua e del loro capitolo – che la suddetta chiesa di Santa Perpetua dovesse pagare ai canonici di Villa la sesta parte dei fodri, taglie e provvigioni imposti alla chiesa di Villa dal vescovo o dal clero di Como. Rogava Anselmo del fu Pastrone de Lorea de Monteferrato, notaio e scriba del vescovo Uberto). Inoltre le case ospitaliere furono coinvolte nei conflitti con le comunità locali nelle definizioni degli assetti confinari; in particolare cf. ACTrn, SM, 81: la constitutio missi (1212 febbraio 12, Stazzona) nella quale Guglielmo della Torre di Mendrisio, vescovo di Como (1197–1226), nominò quale suo messo ed incaricato Giuliano Boconge di Stazzona, suo gastaldo in pieve di Villa, affinché provvedesse per suo mandato ed in suo nome a piantare i termini (pietre confinarie) che definissero i confini tra il comune di Brusio ed il territorio soggetto alla chiesa di San Remigio, sui quali verteva controversia tra i Brusaschi ed i confratelli della chiesa stessa. Inoltre, riguardo a questo medesimo contenzioso, cf. anche ACTrn, SM, 82 e 83).

[69] Si precisa sin d’ora che non si trattò di interventi propriamente archivistici: il de Becaria non intese produrre degli strumenti di corredo con finalità gestionale della documentazione, mirati cioè ad ‘avere sotto controllo’ il complesso delle carte. Interessante in tal senso il raffronto, per l’ambito ospitaliero comasco al chiudersi del XIII sec. (1280–fine sec. XIII), con l’inventario di documenti dell’ospedale di San Lazzaro, caratterizzato da evidenti finalità archivistiche e da caratteri formali di chiara natura inventariale: MERATI, Un inventario di documenti dell’ospedale di San Lazzaro in Como, pp. 57–84; inoltre cf. MARTINELLI PERELLI, L’inventario di un archivio comunale del Trecento, pp. 229–352.

[70] Cautela metodologica in tal senso sottolineata da PUNCUH, Cartulari monastici e conventuali, p. 342.

[71] Edite in MONTI, Le carte di S. Fedele. Cf. CONTINI, Il liber mensurarum, pp. 213–214. Cf. inoltre DI MARCO, Terre contadini e massari, pp. 311–370 (p. 314), tratto dalla tesi di laurea: I possessi del Capitolo cattedrale di Como in valle di Muggio.

[72] In particolare: «(...) Quia utique hominum obliterata oblivio difficultates implicat futurorum et omnium habere memoriam pocius divinum dicitur quam humanum presenti, nostro decreto constitucionis disponimus firmiter observandum ut singuli prelati, abbates, archypresbiteri, prepositi, capellani et alii ecclesiarum rectores cumane civitatis et diocesis de singulis possessionibus ipsarum ecclesiarum soliciter et fideliter inventarium faciant, et sive scriptum, in quo suarum ecclesiarum possessiones distincte et particolariter annotentur, cum confinibus, limitibus et lateribus et ordinatis: quas possessiones cum perticis mensurari precipimus, et ipsarum perticarum numerus in predicto scripto sive inventario, quod in thesauro sive archivio ecclesie perpetuo conservari decernimus ascribatur (...)»: MONTI, Le carte di S. Fedele, p. 283.

[73] La presentazione de materiale archivistico indagato determina pertanto – come si accennava – una preliminare attenzione metodologica nella selezione stessa degli inventari; con la necessaria distinzione di quanto è afferente alla famiglia de Becaria e di quanto è riferibile alla realtà ospitaliera. Pertinenti alla famiglia de Becaria: ACTrn, SM, 57, 58, 59; di pertinenza dubbia: ACTrn, SM, 62, 63.

[74] ACTrn, Inventari, I/1, c. 24r–32v. L’inventario è costituito da un quaterno della misura di mm 310 di altezza e 225 di larghezza. È presente una cartulazione del sec. XVII. La prima carta costituisce la coperta del manoscritto, presentando al recto il lato pelo e poi procedendo sempre con affiancamento regolare. La pergamena utilizzata, di qualità buona, ha forma abbastanza regolare. In tutte le carte è stato delimitato, tramite rigatura a secco, lo specchio di scrittura (la cui altezza è di mm 257 e la larghezza di 175 mm); i righi di scrittura tracciati per ogni carta sono 26.

L’inventario, interamente di mano di Rugerio de Beccaria, è vergato con inchiostro bruno (l’ultima pagina è priva di scrittura). Lo stato di conservazione dell’inventario è complessivamente cattivo a causa della presenza diffusa di macchie di umidità e di punti d’abrasione dell’inchiostro. L’inventario è edito in LANFRANCHI, Economia agricola e società medioevale valtellinese, pp. 71–89. Cf. inoltre l’inventario del 1298 in ACTrn, Inventari I/1, cc. 40–47: «In nomine domini nostri Iehsu Christi et eius sanctissime matris. .MCCLXXXXVIII. in mense iunio in tempore domini Leonis Lambertengi dei gratia episcopi cumani infrascripte sunt ecclesiarum sancti Remigii et sancte Perpetue terre mesurate»: esso riprende chiaramente quello del 1255, al fine di adempiere agli ordini contenuti nelle menzionate costituzioni sinodali di Leone Lambertenghi.

[75] Uberto de Sala resse la cattedra vescovile comasca tra il 1228 e il 1256: Helvetia Sacra, I/VI, pp. 128–131.

[76] Attestato come potestà negli anni 1255 e 1256: CAMPICHE, Die Comunalverfassung von Como, p. 404.

[77] Zanolo del fu Otto Migoloni di Tirano risulta nel 1233 converso e canepario delle chiese di San Remigio e Santa Perpetua; ricoprì questa carica continuativamente sino al 1254 (ACTrn, SM, 117, 120, 121, 143, 146, 156, 159, 174, 197, 211, 212, 222). Risulta converso e rettore nel 1236 (ivi, SM, 129) e nel 1241 (ivi, SM, 145); mentre appare detenere contemporaneamente le cariche di canepario e rettore nel 1239 (ivi, SM, 140).

Il 7 novembre 1249, venne nominato dal capitulum conventi et ospitalis Sancti Remigii et Perpetue – insieme a Guglielmo arciprete di Tresivio, Otto Baraffio, Giovanni de Ponte, conversi, nonché frater Pietro dell’ospedale di San Vitale di Como – messo e procuratore in tutte le cause, liti e controversie che predetto capitolo avrebbe dovuto affrontare (ACTrn, SM, 180). Zanolo agì in veste di procuratore presso il comune di Como nel 1252 maggio 8 (ivi, SM, 200, 201). Il medesimo venne nominato nel 1253 dicembre 20 – con Giovanni de Ponte – procuratore per la definizione dei rapporti di investitura di terre da parte del comune di Tirano alle chiese di San Remigio e Santa Perpetua (ivi, SM, 215, roga Rugerio de Becaria).

[78] Si rimanda alla precedente nota.

[79] ACTrn, Inventari, I/1, c. 25r.

[80] Allo stato attuale delle conoscenze relative al comune di Como e in mancanza di studi specifici sulle fonti di questa istituzione, si preferisce rimandare ad una fase più avanzata della ricerca una più precisa e contestualizzata identificazione degli inventari in oggetto.

[81] Le carte di Santa Maria vecchia di Como (secoli XI–XIII), a cura di L. Biondi, L. Martinelli Perelli, R. Perelli Cippo, p. 80.

[82] Per le correlazioni possibili tra le finalità sottese a queste operazioni documentarie, concettualmente differenti, per l’ambito ospitaliero: PIVANO, Le antiche carte dei due ospizi religiosi detti Grande e Piccolo San Bernardo. In un unico manoscritto si trovano un inventario di beni e censi, accanto ad un cartulario di documenti ospitalieri. Inoltre, per l’ambito comasco cf. l’esperienza analoga nel Codex monasteri cruciferorum ascrivibile al 1299, oggi conservato presso i Musei civici di Como, edito in FOSSATI, Codice dei Crociferi di Como, pp. 155–174.

[83] ACTrn, Inventari, I/1, c. 2r.

[84] L’intestazione del 1669, purtroppo parzialmente illeggibile a causa di una etichetta novecentesca incollata al piatto anteriore: «Sono qui dentro quattro quinternetti scritti in carta pecora cuciti dentro il predetto, de qua[li..................................... d]ella giesa di San Romerio [...................................] alcuni altri instrumenti [..................................] più picciolo dell’altro [........................ ...................] instrumenti della m[..............................] e l’ultimo più male cucito e similmente [.........................] di detta chiesa di Tirano, con dentro un’altra notta de beni, instrumenti di dette chiese dei Santi Romedio e Perpetua e della Madonna, qual notta è di papiro, non cucita dentro, inventariato questo tutto con legato all’inventario della chiesa della Madonna Santissima di Tirano al numero 386, con un altro cucito dentro doppo li quattro sopramemorati avanti il quinto di carta non cucita già memorato, il qual è di carta pecora intittolato dopo l’invocatione del Signore et cetera ‘Incomincia l’inventario o memoria delle terre, cose, territorii e sedimi delle chiese di Santi Romedio e Perpetua situati nei monti di Villa e parte sopra il lago di Puschiavo, et in Puschiavo, in Villa, Teglio, Trisivio, Sondrio et altri et cetera’».

[85] Il volume è così costituito:

  • cc. 1–16: due quaterni di cartulario;
  • cc. 17–24: terzo quaterno di cartulario;
  • cc. 25–32: inventario dei beni del 1255 (per una descrizione dettagliata cf. la nota 74);
  • cc. 33–39: «Investitura decimarum» (1238, roga Ubertolo de Bocassio, del fu Lanfranco di Como, notarius Cumanus);
  • cc. 40–47: «Iura mons (così) sancti Remigii»: inventario di beni 1298 (per una prima contestualizzazione cf. anche la nota 73);
  • cc. 48–56: inventario di beni 1387;
  • cc. 57–67v: «Notula instrumentorum spectantium ecclesię divę Marię et Sancti Romerii e Perpetuę» (inventario di documenti cinquecenteschi).

La denominazione ’Libro delle pergamene’ diviene usuale nel Settecento (cf. la parte conclusiva de I documenti).

[86] Per il fatto che talvolta nello stesso cartulare i fascicoli erano di dimensioni diverse cf. Rovere, I libri iurium dell’italia comunale, pp. 176.

[87] In questo senso, la redazione di almeno i primi due fascicoli di cartulario pare strettamente collegata ai contenziosi agitati alla metà del secolo relativi al pagamento delle decime sulle terre novali da parte delle chiese e ospedali dei Santi Remigio e Perpetua alla chiesa di San Lorenzo di Villa: sentenza avversa agli ospedali si era avuta proprio nel 1243 ottobre 1, Tresivio: ACTrn, SM, 154.

[88] Ora c. 18r per le peculiari modalità di legatura: la pagina di coperta si trova sempre in coda alle altre.

[89] Forse di mano Giacomo Fratini: vide infra.

[90] [.........] possessionum terrarum [...]ovorum et | [.......] silva [pa]sch[ua] et sedimina de[..] | et hedifitiorum [...] pertinentium [....] et capitullo confratrum | monasterii et hospitalis [Sanctorum ..... ] Remigii et Pas[toris] | e[t] P[erpetue] de Tirani [...............] | [......................] capitulo f[ratrum] | [................] in honore [....] Sancti P[astori] et Romerii martiris [et Perpet]ue (al verso della coperta, ora c. 18v).

[91] Eccezion fatta per le cc. 15r–v che erano bianche e per le cc. 16r–v che fungevano da coperta.

[92] C. 8v.

[93] Righi 31: cc. 1r–3v; righi 32: cc. 4r–8r; righi 34: 9r: 34; 9v; righi 37: 10r–11v; righi 38: 12r–v; righi 39: cc. 13r–14r.

[94] La stessa mano cinquecentesca nel cartulario talora rinforza le lettere particolarmente dilavate o abrase (per esempio alla c. 1v). Forse è questa stessa mano (ma ci si riserva una riflessione definitiva al termine dell’edizione del cartulario) ad annotare spesso i siti di ubicazione dei beni nel verso delle pergamene.

[95] L’annotazione «In Sondrio» si legge alle cc. 2v, 3r, 3v, 4v.

[96] Alla c. 1v si legge: «Aquistus de quodam sedimine. In Sondrio», alla c. 2r: «Investitura de quodam sedimine. In Sondrio».

[97] Cc. 1r, 8v, 9r, 9v, 12r, 16v.

[98] Cc. 1v, 2r, 5v, 6r.

[99] Copia da precedente copia deperdita: doc. qui edito al n. 50.

[100] Si vedano le riproduzioni del signum crucis autografo del vescovo di Como Guglielmo della Torre di Mendrisio, a croce latina con le terminazioni dei bracci ricalcate nella pagina concessionis del 1209 ottobre 28, Tresivio (alla c. 7v) e nell’assensum del 1209 ottobre 26, Villa di Tirano (alla c. 14v).

[101] Si tratta della carta investiture del 1244 novembre 28), Sondrio (alle cc. 2r–v); della carta venditionis del 1240 agosto 11, Tirano (alle cc. 8r–v); della carta venditionis del 1244 marzo 20, Tirano (alla c. 14v). A questo proposito cf. soprattutto PUNCUH, Cartulari monastici e conventuali, pp. 341–380, in part. pp. 341–343.

[102] In un saggio in cui viene fissato lo status quaestionis, a premessa di un censimento dei cartulari di istituzioni monastiche e conventuali, Puncuh rileva come «il criterio della disposizione dei documenti, che non è mai quello cronologico (e quando esiste esso tollera non poche deviazioni), che riguarda in genere tutta la documentazione in cartulario (...) e che di per sé rivela già gli intendimenti pratici che hanno stimolato il lavoro di copiatura, è generalmente quello topografico o tematico, con frequenti intrecci tra i due». E poco oltre: «Ma al di là di situazioni contingenti (...) legate a particolari momenti, strategie e vicende di un ente religioso, la sostanza del cartulario è quasi sempre condizionata dal patrimonio immobiliare. (...) A differenza dei libri iurium comunali (...) quelli ecclesiastici vanno ricondotti, pressoché tutti credo, nell’ambito di qualche riforma amministrativa connessa a crisi finanziarie, dispersioni di beni, eventi straordinari (PUNCUH, Confronti e osservazioni per un censimento, pp. 346–347).

[103] Attualmente alla c. 24r secondo le dichiarate modalità di legatura.

[104] Il riferimento è al documento aggiunto in seguito alle cc. 22v e 23r. del quaterno.

[105] Il volume oggi identificato come Inventari, I/1, recante segnatura seicentesca 356, nell’inventario del 1669 è così descritto: «n. 356v: Di più un libro coperto in cartone con dentro cinque quinternetti scritti in carta pecora, et un altro in palpiero, il primo de quali contiene e fa mentione che nella chiesa si Santo Romerio vi sieno le sue reliquie et d’altri santi, et alcuni altri instrumenti; nelli secondo et terzo quinternetti uno più picciolo dell’altro, cioè il secondo del primo, sono duoi inventarietti della medema chiesa di San Romerio e Santa Perpetua; il quarto è similmente un inventarietto de beni di detta chiesa in Tirano et l’ultimo un inventarietto de beni della medema chiesa che ha nei monti sopra Puschiavo et in Puschiavo, in Villa, Teglio, Tresivio, Sondrio et altrove, con dentro un’altra nottola di carta bianca o palpiro non cucita, continente certi instrumenti o memoria d’essi aspettanti ut supra, rubricato detto libro al numero 356». Aggiunto successivamente, probabilmente dalla medesima mano: «Vi è agionto dentro doppo un altro inventarietto» (ACTrn, Inventari, I/9, cc. 53r–v).

[106] Le carte a seguire erano originariamente bianche.

[107] C. 17r: 39; c. 19v: 40; c. 20v: 41; c. 19r: 42; c. 18r: 44; c. 17v: 45; cc. 18v, 20r, 21r: 47.

[108] Numerosi sono i documenti conservati in archivio rogati da questo notaio. L’antigrafo della copia semplice qui menzionata in ACTrn, SM, 447.

[109] In particolare alle cc. 17r, 17v, 18r, 18v, 21r, 21v.

[110] ASSo, Santuario della Madonna di Tirano, b. II, f. 19: bolla nella quale il pontefice Leone X ordinava di «Sanctorum Remigii et Perpetue hospitalia pauperum seu pia loca (...) capelle seu oratorio Sancte Marie Pontiffolle infra limites parochie (...) unire, annectere et incorporare», così che la chiesa mariana avesse il diritto di «libere apprehendere et perpetuo retinere illorum fructus, redditus et proventus». Inoltre cf. anche ivi, b. II, fasc. 20: bolla di papa Paolo III (1534 marzo 23, Roma), con la quale, su richiesta dei cittadini di Tirano, veniva confermato quanto sancito dalla precedente bolla e si disponeva il trasferimento dei beni annessi nella piena disponibilità della comunità di Tirano, senza necessità di altra autorizzazione ecclesiastica. Tutto questo dietro corresponsione al cessato rettore di una pensione annua.

[111] In particolare e in modo molto dettagliato nel settembre del 1624, durante la visita di Desiderio Scaglia, si legge: «Ordini per la casa della Madonna Santissima di Tirano. (...) Ordine 4: Che per l’avenir doppo fitati detti beni, cessando il bisogno di tanti ministri, la comunità di Tirano deputi al governo della casa et entrate della casa et della Madonna doi soli, uno per la parte di gentillomini et l’altro per la parte de contadini, amovibili secondo il solito. Et inoltre detta comunità elegga un computista pratico de libri de conti, con assegnargli conveniente salario, non amovibile se non per degne cause et colpe, il quale dovrà haver il carico di rigolar bene le scritture: prima havendo un libro dove notarà l’inventario di tutti li instrumenti già fatti et da farsi, et di tutti li stabili aspettanti a detta chiesa; in un altro libro notarà tutti li mobili aspettanti a detta chiesa et casa sua, et in esso seguirà di anno in anno a notare tutti li altri mobili che si compreranno et le spese che si faranno per far detta compra, acciò d’anno in anno si possa vedere quanto si spende. In un altro libro si noteranno distinte tutte l’elemosine di dannari, in una partita di gioie, in un’altra di grani et in un’altra di vini. In un altro libro si notarà tutte le entrate sue ferme, et le spese, et l’esito che si farà di esse entrate. In un altro libro terrà conto di diversi altri crediti, massime di legati et di debiti et conti diversi per il maneggio passato. Particolarmente però si farà un libro nel qual si registreranno le spese per il fabbricare. Ogni anno poi farà un bilancio, o quasi sumario, distinguendo in esso tutto il ricavato et speso a sorte per sorte, come essempio di fabbrica, di cera, d’aloggio, de salarii certi et simili» (ASDC, Visite pastorali, b. XXXI, fasc. 1, pp. 169–170). Nella «Deliberazione et risposta fatta dalli signori agenti del consiglio della magnifica comunità di Tirano alli capitoli (...)» si legge: «Il quarto capitolo s’admette etcetera, con il 5 et 6» (ivi, b. XXXI , fasc. 1, p. 183).

[112] Si deve a Lazzaro Carafino (1626–1665) l’avvio e la prima applicazione di una linea programmatica finalizzata alla costituzione accentrata dell’archivio vesovile. In primo luogo, il vescovo si rivolse alla Sacra congregazione del concilio chiedendo quali documenti potessero essere dal vescovo rivendicati entro questo disegno. Nel rescritto del 18 dicembre 1626, si dava l’indicazione di «ricuperar quelle <scritture> che ella pretende essere in mano di coloro che per i tempi hanno maneggiata cotesta sua cancellaria» sulla base di un decreto, inviato in allegato, «col quale la Sacra Congregazione del concilio ha distinte e dichiarate le scritture che necessariamente devono restare et asservarsi ne gl’archivii e cancellarie episcopali». Qualche anno dopo, in occasione del sinodo del 1633, il Carafino poteva affermare: «Nos, qui quamplurimas scripturas, magno cum dispendio et diligentia, in unum coegimus ad Mensae episcopalis et totius ecclesiastici status utilitatem, illud etiam instituere eique locum particularem in palatio episcopali nostro assignare decrevimus. Quare, cum inibi asservari debeant quaecumque scripturae tam publice quam privatae ad ecclesiastica negotia quomodolibet spectantes et ne de iis reponendis in eodem archivio aliqua oriatur dubitandi controversia vel de scripturarum asservandarum qualitate praetendeatur ignorantia, rescriptum a Sacra congregatione concilii Tridentini reportavimus» (Synodus diocesana Comensis quinta, pp, 71–72. Una copia della seicentina è consultabile presso l’ASDC). Questa linea programmatica di rivendicazione della documentazione, fondata su basi giuridicamente solide, fu applicata evidentemente anche per gli archivi diocesani periferici.

[113] ASDC, Visite Pastorali, b. XLIV, fasc. 3, p. 185.

[114] Fu realizzato il «Ristretto di quanto si spende per mantenimento della chiesa della Madonna Santissima di Tirano cavato dalli libri di detta chiesa quali si essibiscono» (ASDC, Visite Pastorali, b. XLIV, fasc. 3, pp. 199–202); ma soprattutto lo «Status ecclesiae Sanctae Mariae de Tirano» (ivi, b. XLIV, fasc. 3, p. 229 e sgg.), dove si menzionano e regestano alcune pergamene del sec. XIII che comprovano diritti spettanti agli ospedali di San Remigio e di Santa Perpetua.

[115] In particolare, questi anni videro anche l’aprirsi di una controversia con la comunità di Poschiavo per questioni confinarie riguardanti il monte di S. Remigio. In tale contesto si compì una ricognizione in archivio: «Ex inventario confecto de bonis ecclesiae Sanctorum Romerii et Perpetue anno 1450 die 13 augusti probatur alpes del Moroso et Pradosio fuisse et esse dictae ecclesiae. Signato numero i, sub signatum +». Inoltre fu realizzato il «Memoriale per la chiesa della Madonna santissima di Tirano contra Puschiavini» (ASDC, Visite Pastorali, b. XLIV, fasc. 3, p. 231 e seguenti).

[116] Cf. in particolare la trattazione giuridica «Comensis Iuris visitandi», allegato ai documenti visitali del 1668 di Ambrogio Torriani (1666–1679): ASDC, Visite Pastorali, b. LXI, fasc. 4, pp. 25–28.

[117] ASDC, Visite Pastorali, b. XLIV, fasc 3, pp. 251–350.

[118] La coperta reimpiega un instrumentum testamenti redatto a Tirano nel sec. XV.

[119] Si tratta per lo più delle bolle attualmente conservate presso l’ASSo.

[120] Il più antico documento copiato è decretum del vescovo Uberto de Sala, nel quale viene sancita l’unificazione degli ospedali (1237 marzo 27: ACTrn, SM, 132). Non sono trascritti documenti anteriori al sec. XII, presentati in questa sede.

[121] ASDC, Visite Pastorali, b. XLIV, fasc 3, pp. 57–64.

[122] La scritta sul piatto anteriore della coperta prosegue, ma – purtroppo – una etichetta ottocentesca ne impedisce la lettura.

[123] ACTrn, Inventari, I/9, c. 1r. La legatura in cartone e i tratti grafici dell’intitolazione consentono di individuare quel gruppo di registri approntati in questo contesto di riordinamento (come l’inventario con la segnatura attuale I/1).

[124] «n. 357 v: Item una filsa di scritture di detta chiesa della Madonna Santissima» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 53v).

[125] «n. 260.v.v.: Item un plichetto di instrumenti cinque et un memoriale de instrumenti rogati, cioè li cinque instrumenti in carta pecora et il memoriale et un altro papiro in carta bianca tutti ligati insieme, concernenti tutti alli affari et interessi delle chiese de Santi Romerio e Perpetua, rubricate tutte sotto sudetto numero 265» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 41r).

[126] «n. 355: Anco un altro piecco de conti resi dal sudetto signor dottor Curti, con dentro alcune scritture appartenenti al maneggio o appaltatione dell’officio, ligato con li sudetti piecchi dal venerando dottor Curti com’al numero sudetto 353» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 53r).

[127] «n. 314 v: Di più un altro sacchetto di pezzi numero 39 di diversi instrumenti et scritture di Santi Romerio e Perpetua, et altri simili, rubricato detto sacchetto al numero 314 con dentro dette scritture etcetera» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 46v). «n. 317v: Diverse ragioni spettanti alla chiesa della Madonna santissima, alle chiese di Santi Romerio e Perpetua, cioè instrumenti di carta pecora numero 21 et altre scritture tutte ligate e poste con detti pezzi numero 21 in un sacchetto longo rubricato qui al sudetto numero 317; n. 318v: Parimenti un altro sacchetto di pezzi numero 46 scritture di certi privilegi delle decime et altre raggioni di detti Santi Romerio e Perpetua, rubricato detto sacchetto qui al numero 318» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 47r).

[128] «n. 306v: Di più sei inventarietti de mobili della medema chiesa fatti l’anno 1623, 25, 26, 27 et 1634, ligati insieme e rubricato uno per tutti sotto al sudetto numero 306, poste tutte nel carnarolo sudetto nel quale vi sono altre dimande della medema chiesa verso la comunità di Tirano per allogii prestati dalla chiesa e spese per essa fatte dentro alla trinciera d’ordine tutto della comunità et cetera et altre scritture dentro et cetera, qual carnarolo è rubricato con un papiro alli sudetti numeri 305 et 306, con un altro fatto l’anno 1616 in detto carnarolo ligato con li sudetti 4 inventari» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 45r).

[129] ACTrn, Inventari, I/9, c. 41r.

[130] ACTrn, Inventari, I/9, c. 56r.

[131] Questo inventario è inserito in coda al precedente, non rilegato.

[132] In particolare cf. «n. 212: Item un altro piecco d’instrumenti antichissimi in carta pecora non appartenenti alla casa Marinona, rubricati tutti al numero 212, quali sono numero 20, cioè 20 capi» (ACTrn, Inventari, I/9, c. 27v).

[133] La creatio notarii è in ASSo in data 1696 maggio 4, Tirano: ASSo, AN, b. 6937,cc. 2r–5v. In ASSo sono conservate anche le imbreviature del Fratini: ASSo, AN, bb. 6937–6959 (per gli anni 1696–1717).

[134] L’organizzazione delle scritture è strutturata per località di giacenza dei beni: cc. 1v–47r: «Tirano»; cc. 48r–96v: «Rasega»; cc. 97r–102v: «Baruffini»; cc. 106r–108r: «Cologna»; cc. 111r–122r: «Villa»; cc. 126r–127r: «Bianzone»; cc. 129v–139v: «Teglio»; cc. 140r–143v: «Poschiavo»; cc. 144r–169v: «Poschiavo, Brusio et monti aderenti»; cc. 171r–191v: «Investiture ed acquisti delle chiese de Santi Romerio e Perpetua, antichi»; cc. 192r–217v: «Altri instromenti d’acquisti ed investiture delle medeme chiese nel terzero di mezzo della Valtellina, separati etcetera»; «Investiture ritrovate»; cc. 219r: «Sernio»; cc. 223r: «Tovo»; cc. 225r: «Vervio»; cc. 227r–229r: «Mazzo»; cc. 232r: «Grosio»; cc. 234r: «Sondalo»; cc. 238r–241r: «Rasica».

[135] Spesso è attestata la collocazione dentro i cassetti della documentazione secondo il ‘condizionamento’ precedente: «Un borsatto pieno di scritture, di pelle rosso con stringa, concernenti l’interessi di questa chiesa <di Rasega> havuti con li signori Giovanni Maria et fratelli Omodei della Folla, per la lite longa seguita per causa d’una vendita fattagli dalla detta veneranda chiesa de’ beni sedimati et cetera nella contrada de’ Monavi et cetera subto dicto borsatto all’inventario vecchio numero 324 et al presente numero 1» (ACTrn, Inventari, I/14, c. 48r).

[136] ACTrn, Inventari, I/14, c. 1r.

[137] FOSSATI, Codice diplomatico, III (1883), pp. 8–15 (in particolare p. 11).

[138] Giacomo Silvestri fu Giovan Battista, di Bormio, venne nominato canonico residenziale presso il santuario della Beata Vergine di Tirano in data 5 ottobre 1818 (ACTrn, Carteggio dal 1514 al 1857 ordinato per fascicolo, unità 3129) e nel 1823 risulta ricoprire ancora tale carica (Como Sacra, 1823, p. 145). Nel 1827 è penitenziere presso la medesima chiesa (Como Sacra, 1827, p. 142), sino almeno al 1830 (Como Sacra, 1830, p. 73). Il Fossati indica il 1842 come anno di morte (FOSSATI, Codice diplomatico, III (1883), p. 15). Numerose trascrizioni realizzate dal Silvestri, che fu anche rettore del ginnasio di Bormio, e molti suoi studi storici sono conservati presso gli archivi parrocchiali di Premadio, Livigno e a Bormio, sia presso l’archivio parrocchiale che presso quello comunale.

[139] Del Picci così scrive il Fossati: «Ebbe i natali a Bormio. Entrato nell’insegnamento classico, fu per molti anni professore di belle lettere in vari ginnasi, poi direttore di quello di Brescia. Cominciò la sua carriera letteraria nel 1833 pubblicando a Pavia alcuni scritti per laurea e fra i vari rami di letteratura da lui coltivati, dei quali stampò molti saggi; predilesse li studi danteschi e diede in Venezia, nel 1844, Le ali, ossia della vera e giusta intelligenza del verso 13, canto 22 del Purgatorio di Dante; nel 1847, in Padova, La difesa della prima e principale allegoria della Divina Commedia e la Rivista critica della Letteratura dantesca contemporanea; nel 1848, a Brescia, I luoghi più oscuri e controversi della Divina Commedia di Dante dichiarati da lui stesso, con tre appendici, la prima delle quali riguarda gli Idiotismi Bormiesi in Dante e in altri classici toscani. Quest’opera gli meritò le lodi del critico Luigi Picchini e il titolo di socio onorario dell’Ateneo di Brescia. Il Picci si fece noto anche per la sua Guida allo studio di belle lettere e al comporre, libro che fu molto usato nelle scuole e contò parecchie edizioni. Non trascurò di illustrare anche la sua terra natale, pubblicando nel 1842 La letteratura valtellinese e raccolse presso di sé molte e preziose memorie e documenti della storia ecclesiastica e civile, soprattutto di Bormio, da cui, per tutta sua cortesia, io posso cavar profitto per questa compilazione» (FOSSATI, Codice diplomatico, III (1883), pp. 9–10).

[140] Il quaderno con le trascrizioni del Silvestri consegnato dal Picci al Fossati è attualmente conservato, insieme alle altre carte del Fossati (tra le quali gli appunti e le carte preparatorie per la pubblicazione del Codice diplomatico), presso la Biblioteca Civica di Como, alla segnatura MS.10.1.8.

[141] BESTA, Le valli dell’Adda e della Mera, p. X.

[142] BOGNETTI, Sulle origini dei comuni rurali, p. 260.

[143] In particolare, un intervento archivistico realizzato alla metà del secolo alterò in modo sensibile la fisionomia globale dell’archivio. I fabbricieri affidarono ad un ignoto archivista l’incarico del riordino del complesso documentario, che operò un riordinamento per materia su circa un quinto del totale della documentazione conservata.

[144] Nato a Menarola il 16 luglio 1852, ordinato il 26 maggio 1877 a Como. Fu canonico coadiutore a San Lorenzo di Chiavenna (So), dal 1877 al 1885; coadiutore particolare dell’arciprete di Sondrio dall’agosto 1885; rettore del santuario della Beata Maria Vergine di Tirano dal 1890 al 1928. Dal 1928 era residente nella Casa Ecclesiastica delle suore di Valduce in Como, dove probabilmente morì nel 1931 (Como Sacra. Stato del clero e delle parrocchie della città e diocesi di Como, Como, Ostinelli, 1877–1933; Bollettino Ecclesiastico Ufficiale della diocesi di Como, Anno V (1931); ASDC, Titolo III, b. 1887, fasc. «Anno 1887», carte non numerate). Questa scheda biografica è tratta dalla «Banca dati del clero diocesano», a cura di R. Fasana e di M. Sempio, consultabile nel sito della Fondazione – Centro studi “Nicolò Rusca” di Como all’indirizzo www.centrorusca.it.

[145] L’attribuzione di questo imponente lavoro al De Giambattista è stato determinato in particolare dall’analisi delle correlazioni tra il lavoro di trascrizione e la stesura di una storia del santuario – autografa – , conservata manoscritta presso l’archivio (ACTrn, I° Tirano, 3° Santuario), attribuzione confermata altresì dal riscontro calligrafico. Inoltre cf. l’annotazione: «Non abbiamo potuto trovare che questo foglio <in riferimento alla camicia>, copia fatta dal De Giambattista: qualche sacerdote di questi ultimi tempi, che consultava il nostro archivio, si appropriò della pergamena originale di questo numero. 26 aprile 1944. P. Ambrosius Maria <Rugginenti>»: ACTrn, SM, 13 (camicia priva di pergamena).

[146] Padre Ambrogio Maria Rugginenti nacque a Castiglione d’Adda (Mi) il 27 aprile 1906. Entrò nell’Ordine di Servi di Maria a 23 anni (1929); emise i primi voti il 24 ottobre 1930 e fece la professione solenne il 21 dicembre 1933.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta nel Santuario di Monte Berico il 21dicembre 1935, venne destinato per la sua missione al Convento di Milano (presso San Carlo); da lì si recò talvolta a Tirano. Le cronache dell’ordine ricordano la sua passione per la storia. Per esempio: «Nonostante il molto lavoro e la fragile salute, conservò sempre vivamente la curiosità per la storia dell’ordine, come confermano alcune diligenti comunicazioni che amava trasmettere alla curia generale. Nell’agosto del 1956, per esempio, trovandosi a Parma per una sosta di viaggio, fermatosi nella cattedrale presso la tomba del cardinal Francesco Caselli, già priore generale dell’ordine (1786–1792), trascrisse con pazienza quanto riguardava l’illustre servo di Maria. Facendone poi una comunicazione al Priore generale, vi aggiungeva anche un’utile nota storica sulla permanenza dei Servi di Maria a Parma» (Archivio dell’Istituto Marianum di Roma, Acta Ordinis Servorum Beatae Mariae Virginis, 34 (1974), pp. 223–224). Non si sono invece rinvenute menzioni circa la sua attività storico–archivistica a Tirano. Trasferito nel 1953 nella Provincia meridionale dell’Ordine, morì a Siracusa il 27 ottobre 1974 (ivi, p. 224).

[147] Preme sottolineare inoltre che le unità documentarie relative al sec. XIII conservate in archivio sono 314, dal numero di segnatura 54 sino al 368.

[148] Già Antonietta Moretti aveva evidenziato questa esigenza, individuando la datazione corretta dei documenti qui descritti e datati al 1255 e al 1187. MORETTI, Gli ospizi, p. 179, nota 4.

[149] ACTrn, Inventari, I/14, c. 171.

[150] PEDROTTI, Gli xenodochi, n. 2, p. 49.

[151] Atti privati Milanesi e Comaschi, III, n. 379, p. 73.

[152] ACTrn, SM, 230.

[153] ACTrn, SM, 213.

[154] ACTrn, Inventari, I/14, c. 144.

[155] PEDROTTI, Gli xenodochi, n. 6, p. 50.

[156] Atti privati milanesi e comaschi, IV, p. 302.

[157] ACTrn, SM, 216, 217, 218. Inoltre cf. il doc. 154 che documenta una causa agitata nell’ottobre del 1243 per questioni di decime su alcuni beni delle due chiese (fra i quali quelli di Tavernola) tra Tirano fu Giovanni Strepazuchi di Tirano, canonico e sindaco della chiesa e capitolo di San Lorenzo di Villa, da una parte, e Giovanni fu Alberto Longi di Ponte, converso e sindaco della chiesa e del capitolo di San Remigio e Perpetua, dall’altra.

[158] PEDROTTI, Gli xenodochi, n. 7, p. 50.

[159] ASMi, AD, MD, sec. XI, n. 493, prot. n. 813 (dall’archivio della collegiata di Sant’Eufemia d’Isola Comacina). Trascrizione: PEDROTTI, La fortificazioni di Tirano 1940, pp. 7–8; IDEM, Tirano medievale, pp. 5–11; IDEM, Le fortificazioni di Tirano 1960, pp. 107–108. Edizione: Atti privati milanesi e comaschi, IV, n. 535, pp. 351–353; Regesti: MONNERET, L’Isola Comacina, n. 81, p. 181.

[160] In realtà, l’identificazione del luogo di ubicazione dei beni – che il Manaresi individua in Ceriano, località che si affaccia sul lago di Como – apre problematiche ad oggi irrisolte: esse verranno affrontate a tempo debito e il documento sarà edito nella sede cui istituzionalmente pertiene.

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