Lombardia Beni Culturali

Introduzione (*)

di Anna Maria Rapetti

(*) Introduzione comune a Le carte del monastero di S. Maria di Chiaravalle. I (1102-1164)

Il fondo archivistico dell’abbazia cistercense di Chiaravalle Milanese, che dal 1135 sorge nelle immediate vicinanze della città [1], rappresenta, insieme alla documentazione appartenente al monastero di Sant’Ambrogio, uno dei più importanti e noti fondi pergamenacei medievali tra i moltissimi conservati presso l’Archivio di Stato di Milano, particolarmente frequentato da eruditi di antica e recente fama e da una parte importante dei medievisti, non soltanto di area lombarda. La notorietà della documentazione appartenente a Chiaravalle è del resto proporzionale alle sue dimensioni, che sono notevolissime (e ancora il termine è forse insufficiente). Nella grande abbondanza di atti – più di un migliaio per i secoli XII e XIII, cui si devono aggiungere gli oltre 600, per lo stesso periodo, conservati nelle cartelle del fondo di Sant’Ambrogio – si possono trovare materiali di studio utili a indagare quasi ogni aspetto della storia medievale, ben al di là dei fatti riguardanti strettamente il pur importante ente monastico. La ricchezza di tale fondo e la molteplicità di indagini che da esso possono scaturire ne spiega in buona parte la celebrità tra gli studiosi.

Ciononostante, sino a non molti anni fa, la storia dell’abbazia, cioè del soggetto che ha prodotto e conservato questa gigantesca quantità di documentazione, non è stata mai ricostruita sistematicamente e organicamente. A ostacolare tale lavoro vi è il fatto che le vicende religiose, economiche, istituzionali, culturali della gloriosa fondazione monastica, che fu, almeno per alcuni decenni, soggetto attivo e partecipe dei molteplici sviluppi politici, economici, sociali e istituzionali che interessarono la città di Milano e le sue campagne, rappresentano indubbiamente un terreno di indagine di grande vastità e complessità, il cui dissodamento – per rimanere nella metafora agricola – ha interessato molti studiosi in modo parziale e intermittente, senza però coinvolgerne alcuno in un lavoro di riflessione storica di ampio respiro. Anche a volersi limitare ai secoli medievali, la produzione storiografica riguardante la storia dell’ente è rimasta perciò, fino a tempi recenti, «scarna e rapsodica» [2], situazione almeno in parte indotta e ulteriormente aggravata, sul piano operativo, dalla mole stessa delle fonti disponibili, sovrabbondanti e quasi tutte inedite. Il panorama storiografico è però radicalmente cambiato negli ultimi due decenni, durante i quali si è manifestato un rinnovato, vivace interesse per la storia dell’ordine cistercense, portando anche in area italiana numerose e importanti innovazioni tematiche e metodologiche: un clima nuovo del quale anche la conoscenza storica di Chiaravalle ha beneficiato [3]. Ricerche e studi relativamente recenti hanno dunque gettato una luce su molti aspetti della storia dell’abbazia [4], fornendo un quadro che, sebbene ancora largamente incompleto, rappresenta comunque un primo importante risultato scientifico [5].

Una ricostruzione, in questa sede, della storia di Chiaravalle per il periodo illustrato dai documenti qui editi avrebbe valore poco più che esornativo, vincolata e sacrificata alla necessità di ridurre in estrema sintesi notizie e riflessioni storiografiche spesso assai complesse. Inoltre, nel progettare la serie di edizioni delle Pergamene milanesi del secolo XII, si è scelto di privilegiare l’aspetto funzionale della pubblicazione di fonti, creando strumenti di lavoro e di riflessione utilizzabili in molteplici direzioni di ricerca, che non spetta a un curatore individuare. Tali considerazioni intendono giustificare, insieme alla mancanza di qualsiasi osservazione riguardo alla vicenda storica di Chiaravalle, anche la sinteticità delle indicazioni bibliografiche, che potrebbero ovviamente comprendere un numero ben più consistente di titoli riguardanti il monastero suburbano. Si è scelto di limitarsi quasi esclusivamente ai lavori direttamente attinenti ai documenti qui pubblicati, escludendone quindi moltissimi che pure contengono notizie e problemi connessi all’abbazia milanese negli anni documentati [6].

Nonostante la loro riconosciuta rilevanza, le pergamene di Chiaravalle sono rimaste finora – lo si è detto – pressoché totalmente inedite e soltanto il presente volume, realizzato secondo il progetto della Collana in cui si colloca, offre per la prima volta un’edizione organica di un segmento importante del fondo pergamenaceo. In questo volume si pubblicano 113 atti relativi agli anni 1102-1160. Essi rappresentano poco meno della metà delle pergamene conservate nelle cartelle Chiaravalle, 554 e 555, delle Pergamene per fondi, che, insieme, coprono l’intero XII secolo. Insieme ad essi si pubblicano anche le pergamene comprese entro lo stesso arco cronologico, pure appartenenti all’archivio monastico claravallense, che sono attualmente conservate nelle cartelle relative al monastero di Sant’Ambrogio, in particolare nella 312 del medesimo fondo Pergamene per fondi. Tale scelta editoriale non inficia il rispetto del criterio generale di questa Collana, di non procedere alla ricostruzione degli archivi nella loro consistenza originaria, ma di pubblicare il materiale secondo l’ordinamento archivistico odierno. Il motivo principale che giustifica questa relativa difformità rispetto ai volumi precedenti [7] risiede nella volontà di fornire, con questa edizione, uno strumento di lavoro ampiamente e agilmente fruibile da parte degli studiosi, ai quali è universalmente nota la collocazione di una parte delle pergamene claravallensi nel fondo santambrosiano. Si tratta di una percentuale non trascurabile del materiale pergamenaceo del XII secolo (dei nostri 113 documenti, 37 sono conservati nella cartella 312), la cui esclusione avrebbe gravemente diminuito l’utilità di questo lavoro. Gli atti conservati nelle due cartelle sono tra loro del tutto omogenei, come facilmente si comprende scorrendo la presente edizione, spesso relativi al medesimo negozio giuridico, redatti dal medesimo notaio lo stesso giorno o a pochi giorni di distanza uno dall’altro [8]. Escluderne l’edizione avrebbe significato amputare il fondo claravallense di una parte consistente del suo materiale e consegnare alle stampe un’edizione documentaria gravemente e ingiustificatamente incompleta.

Del resto, la presenza di pergamene claravallensi nel fondo di Sant’Ambrogio [9] è il risultato delle complesse vicissitudini subite dalla documentazione nel corso degli ultimi due secoli, in particolare dei numerosi e spesso contradditori interventi di riordino operati nel XIX secolo, già di per sé gravemente dannosi [10], intervenuti per di più su un archivio monastico particolarmente delicato, che dopo il 1497, anno dell’aggregazione della basilica milanese alla congregazione di S. Bernardo in Italia, cui già Chiaravalle apparteneva, doveva essere parzialmente confluito nell’archivio santambrosiano [11]. La definitiva sistemazione attuata nel 1909-1910, ripristinando sostanzialmente l’ordinamento dato alle pergamene da Ermete Bonomi tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo [12], ha consolidato la situazione di frammentazione che si è brevemente illustrata.

Proprio la presenza, sul dorso delle pergamene, delle inconfondibili segnature apposte da Bonomi, nell’angolo superiore sinistro, che facilitano l’immediata riconoscibilità dei pezzi claravallensi [13], suggerisce l’opportunità di fare qualche osservazione circa le numerose annotazioni dorsali ancora oggi visibili, depositatesi in modo non sempre chiaro nel corso dei secoli. La complessità delle vicende storiche, così come dell’ente monastico, anche dell’archivio di Chiaravalle, non sempre facili da ricostruire, si riflette nella stratificazione, nella sedimentazione, quasi come in una formazione geologica, di strati e strati di note dorsali, che suggeriscono un succedersi ininterrotto di interventi più o meno riusciti di organizzazione dei materiali archivistici. Una ricostruzione completa, attraverso i numerosi, minuti indizi forniti dalle note dorsali, dei molteplici interventi di riordino, potrà essere proposta soltanto avendo a disposizione un’edizione più ampia, se non completa, delle pergamene. Per il momento si può osservare che, tra le annotazioni più antiche, risalenti forse alla fine del XIII-XIV secolo, ricorrono con grande frequenza regesti, indicazioni cronologiche, numerazioni, vergate da mani facilmente riconoscibili – qui identificate con le lettere X, W, Y e Z – che si sono succedute l’una all’altra lavorando secondo criteri di uniformità abbastanza rigidi da essere immediatamente percepibili. Dell’insieme di queste note si può sottolineare la discreta sistematicità con cui compaiono, soprattutto sulle pergamene più antiche, la posizione sempre molto simile di esse sul dorso dei documenti, l’identica successione delle aggiunte operate, evidentemente a completamento del lavoro di X, da W, Y, Z [14]. In queste mani pare potersi riconoscere il lavoro di alcuni uomini appartenenti alla comunità, assimilabili a quelli che Michele Ansani ha definito «monaci ‘archivisti’» attivi nel tabularium di Morimondo [15] e, più in generale, una costante attenzione e cura da parte dei fratres claravallensi per il loro patrimonio documentario, indispensabile strumento di corredo di una buona e proficua amministrazione patrimoniale: un ambito quest’ultimo nel quale i monaci dimostrarono senza alcun dubbio notevoli capacità e dinamismo.

Che l’organizzazione delle pergamene fosse strettamente correlata all’amministrazione delle terre lo si intuisce considerando che alcune delle note dorsali (in particolare gli interventi di Z, ma non solo) suggeriscono l’esistenza nell’archivio medievale di rudimentali serie documentarie create su base geografica, coincidenti con alcune delle aree in cui si trovavano proprietà di Chiaravalle [16]. Il caso al momento più chiaro è quello delle note di mano Z, che appone una serie di numeri progressivi sul verso di atti riguardanti beni situati in Villamaggiore e nel suo territorio, numerazione che configura un ordinamento geografico-cronologico [17]. La grangia di Villamaggiore fu una delle prime e soprattutto delle più grandi e redditizie proprietà fondiarie claravallensi, la cui creazione venne avviata appena dopo la nascita dell’abbazia e portata a termine nel giro di un trentennio [18]. La sua centralità nell’organizzazione patrimoniale dell’abbazia è motivo sufficiente a spiegare la cura riservata alla documentazione ad essa relativa.

Altrettanto interessanti, anche se di difficile interpretazione nell’impossibilità di procedere a riscontri puntuali su un numero maggiore di documenti, sono alcune note dorsali presenti sulle pergamene relative alle terre di Bagnolo ed alcune altre località ad essa vicine [19] e, ancora, quelle di Villa maggiore. Le prime, incomplete osservazioni consentono di riconoscere in esse uno strato più antico rispetto a quelli di cui si è detto finora, strato che, inoltre, ha subito a un certo punto un intervento di rimozione. In effetti, la maggior parte di queste più antiche annotazioni risulta parzialmente o completamente erasa, forse in coincidenza degli interventi delle citate mani X, Y, W, Z, che riordinarono da capo il materiale documentario sovrapponendo, fisicamente in qualche caso, la propria nota a quella più antica [20]. Un altro elemento caratteristico è il fatto che queste annotazioni contraddistinguono esclusivamente un certo numero di documenti, tutti comunque rogati dopo la fondazione dell’abbazia [21], mai quelli antecedenti relativi alle stesse località. Inoltre non tutte le pergamene posteriori al 1135 riguardanti i suddetti luoghi riportano tali note. Dunque questo più antico intervento riguardò soltanto una parte della documentazione, forse quella di più immediata utilità e di più frequente consultazione (una sorta di ‘archivio corrente’, per così dire), nel clima fervido e operoso di costruzione dei primi importanti nuclei patrimoniali: la grangia appunto di Villamaggiore e il possedimento incentrato su Bagnolo, nelle immediate vicinanze dell’abbazia, con i vicini luoghi di Madregnano e Nosedo, cuore del fondo agricolo adiacente all’abbazia, identificato come terra monasterii [22]. Tale interpretazione avvalorerebbe l’ipotesi che questo antico ordinamento possa risalire ai primi decenni di vita dell’archivio monastico ed essere forse coevo o di poco posteriore alle ’campagne’ di sistematici acquisti fondiari condotte dai monaci claravallensi nelle due località. Non si può tuttavia trascurare neppure l’ipotesi che la datazione di tali note debba essere invece posticipata fino ai decenni centrali del XIII secolo, durante i quali i monaci avviarono una serie di cospicui investimenti proprio a Bagnolo e nelle vicine Nosedo [23] e Vaiano Valle, destinati alla creazione di un complesso sistema irriguo incardinato sul corso della Vettabbia [24]. In quegli anni, la necessità di consultare frequentemente i titoli di proprietà dei terreni coinvolti nei lavori di sistemazione potrebbe aver suggerito l’opportunità di dare loro una forma di ordinamento.

Quanto a questa forma di ordinamento, si possono fare per ora alcune osservazioni generali. Dalle prime ricognizioni, sembra che i documenti siano stati organizzati secondo una suddivisione in fascicula e, all’interno di questi, su base numerica [25]. La suddivisione tra i fascicula potrebbe essere legata ai diversi ambiti geografici [26], mentre risulta al momento impossibile decifrare anche solo in via ipotetica il sistema di numerazione all’interno dei fascicula. L’annotazione è in genere disposta su due righe racchiuse in un riquadro.

Osservazioni più specifiche risulterebbero al momento azzardate. Stante la rilevanza di questo archivio, sarebbe opportuno che l’edizione delle pergamene claravallensi del secolo XII fosse portata a termine, pensando magari a una ricomposizione – per quanto possibile – dell’antico archivio monastico attraverso l’edizione dei pezzi anteriori al XII secolo, in parte già segnalati da Bonomi e quindi facilmente individuabili. Una volta compiuta questa prima fatica, si potranno avviare nuove e proficue ricerche su moltissimi aspetti della storia medievale di questa parte dell’Italia settentrionale.

Note

[1] Cfr. doc. LVII: «monasterium Sancte Dei Genetricis Marie, quod est constructum fons, prope suprascripte civitatis [Mediolani], ad locum ubi dicitur Roveniano».

[2] P. TOMEA, Premessa, in Chiaravalle. Arte e storia di un’abbazia cistercense, a cura di P. TOMEA, Milano 1992, p. 11.

[3] Per una rassegna critica della storiografia più recente si veda A. M. RAPETTI, Alcune considerazioni intorno ai monaci bianchi e alle campagne nell’Europa dei secoli XII-XIII, in Dove va la storiografia monastica in Europa? Temi e metodi di ricerca per lo studio della vita monastica e regolare in età medievale alle soglie del terzo millennio, a cura di G. ANDENNA, Milano 2001, pp. 323-351.

[4] Non si può non ricordare il ventennale impegno su queste pergamene di Luisa Chiappa Mauri, probabilmente la loro più fedele ed esperta conoscitrice, che ha pubblicato molti studi sull’ente milanese; i primi importanti frutti di tale impegno scientifico sono raccolti nel suo volume Paesaggi rurali di Lombardia, Roma-Bari 1990.

[5] Il più recente ed organico – sebbene tutt’altro che esaustivo, come lo stesso Curatore riconosce – lavoro collettaneo sull’abbazia milanese è rappresentato dal volume Chiaravalle cit., che ripercorre la storia dell’ente dalla fondazione sino alla soppressione, avvenuta nel 1798, con un’apertura sulla rinnovata presenza monastica avviata si nel 1952 e tuttora viva.

[6] Cfr. la Bibliografia in fondo al volume. Tuttavia, facendo subito un’eccezione alla scelta dichiarata, è opportuno ricordare tra coloro che aprirono la nuova stagione di studi su Chiaravalle Milanese monsignor Zerbi, che ne divenne anche uno degli animatori più attivi; si veda tra i suoi primi lavori P. ZERBI, I rapporti di S. Bernardo di Chiaravalle con i vescovi e le diocesi d’Italia, in Vescovi e diocesi in Italia nel medioevo (secc. IX-XIII). Atti del II convegno di storia della chiesa in Italia (Roma, 5-9 settembre 1961), Padova 1964, pp. 219-314.

[7] Anomalie e difformità, presenti anche in altri volumi della Collana, si giustificano come necessario adeguamento a situazioni differenti tra loro, secondo quanto indicato dalla Curatrice in Le pergamene del secolo XII della Chiesa Maggiore di Milano (Capitolo Maggiore, Capitolo Minore, Decumani) conservate presso l’Archivio di Stato di Milano, a cura di M.F. BARONI, Milano 2003, Introduzione.

[8] Cfr. a titolo puramente esemplificativo i nn. XI e XII, due carte iudicati fatte rogare, nello stesso giorno, dallo stesso notaio, al1a presenza degli stessi testimoni, in favore dello stesso erede, da Rodolfo di Consonno e sua moglie Bellocchio, conservate però una nella cartella 554, l’altra nella 312.

[9] La storia dell’archivio di Sant’Ambrogio è magistralmente ricostruita da A.M. AMBROSIONI, Per una storia del monastero di Sant’Ambrogio, in Ricerche storiche sulla chiesa ambrosiana, Milano 1980 (Archivio ambrosiano, 40), pp. 291-317.

[10] Un’accurata ancorché sintetica ricostruzione della «ben nota e caotica vicenda di smembramenti e riordinamenti» subita dall’archivio dell’altra abbazia cistercense milanese, quella di Morimondo, e da molti archivi ecclesiastici milanesi, vicenda che coinvolse pesantemente anche quello di Chiaravalle, si trova in Le carte del monastero di S. Maria di Morimondo, I, (1010-1170), a cura di M. ANSANI, Spoleto 1992, pp. XLIII-XLVI.

[11] Questo farebbero pensare le annotazioni dorsali sei-settecentesche, opera dei due monaci santambrosiani Gregorio Tizzone e Lorenzo Giorgi, che ordinarono le pergamene per Pagine, Numeri, Tavole e Cartelle (AMBROSIONI, Per una storia cit., pp. 300-301). Tali annotazioni sono presenti sui dorsi delle pergamene dell’archivio di Sant’Ambrogio, anche di quelle palesemente di provenienza claravallense (che sono attualmente conservate nelle cartelle Sant’Ambrogio), e soltanto su poche di quelle conservate nelle cartelle di Chiaravalle. La separazione tra i due gruppi di pergamene, consolidata dagli interventi di Bonomi, che rispettò la situazione esistente, induce a pensare che almeno una parte dell’archivio cistercense fosse stata unita a quello di Sant’Ambrogio, senza più riconquistare l’originaria unità. Sul problema della commistione dei due archivi si veda A. RATTI, Del monaco cisterciense don Ermete Bonomi milanese e delle sue opere, in «Archivio storico lombardo», XXII (1895), pp. 303-382, p. 318.

[12] Sul lavoro di Bonomi nell’archivio di Sant’Ambrogio, di cui fu archivista dal 1791, si veda AMBROSIONI, Per una storia cit., pp. 302-304, con i riferimenti bibliografici, tra cui rimane fondamentale RATTI, Del monaco cisterciense cit.

[13] Vi è una lieve difformità tra le segnature apposte da Bonomi sulle pergamene del fondo Chiaravalle (consistenti in un numero e nell’anno) e quelle sul materiale santambrosiano, su cui il monaco appose soltanto l’indicazione dell’anno.

[14] Cfr. come caso esemplare il doc. VI: vi si legge di mano X, come di consueto, il regesto dell’atto, la cui data cronica è indicata – anche in questo caso, come di consueto – soltanto con l’anno; la mano W aggiunge il mese («de mense octubris»), Y aggiunge ulteriormente l’espressione «facta est». Infine Z scrive un numero che suggerisce la creazione di un’organizzazione delle pergamene su base geografica. Scorrendo la documentazione, si riscontra una notevole specializzazione di tale schema, che, quando compare, si ripete pressoché identico o con pochissime varianti.

[15] Le carte di Morimondo cit., p. XXXVII e segg.

[16] Analogamente a quanto riscontrato per il tabularium di Morimondo: Le carte di Morimondo cit., p. XL.

[17] Cfr. i docc. I, IV, VI, VII, VIII, IX, X, XIII, XIV, XVIII, sui quali compare la numerazione tracciata da Z da ‘prima’ a ‘.XI.’ (manca la pergamena che dovrebbe essere numerata ‘.IV.’), tutti attestanti negozi giuridici riguardanti terre in Villamaggiore; il doc. XIX, numerato da Z ‘.XII.’ riguarda un vigneto in Consonno, località vicina alla grangia di Villamaggiore, entro il cui territorio venne infine assorbita; i docc. XX, XXII, XXIII, XXIV; XXVII, XXVIII, XXIX, XXXIII, XXXV, XXXVIII, XL, numerati da ‘.XIII.’ a ‘.XXVI’ con alcune lacune, riguardano nuovamente appezzamenti in Villamaggiore. L’elenco potrebbe proseguire, ma sembra sufficiente ad avvalorare l’ipotesi qui proposta.

[18] L. CHIAPPA MAURI, Le scelte economiche del monastero di Chiaravalle Milanese nel XII e XIII secolo, in Chiaravalle cit., p. 32, che ne indica l’estensione, a metà del XV secolo, in 9000 pertiche.

[19] Oggi Cascina Bagnolo, distante appena qualche centinaio di metri all’abbazia.

[20] Cfr. il doc. LXXVII, in cui la nota più antica risulta parzialmente coperta dalle mani W e Y.

[21] Il primo sinora reperito è infatti il doc. LIV (ottobre 1135), nel quale il monastero risulta ormai «constructum in loco Roveniano, prope locum Baniolli».

[22] Sulla cui formazione si veda L. CHIAPPA MAURI, in Paesaggi rurali cit., pp. 63-99.

[23] Sul verso del doc. LXIII, che riguarda l’acquisizione di terre situate lungo la Vettabbia, si legge una parte (l’unica sopravvissuta alla rasura) della caratteristica annotazione «..... de Noxeda .....fassiculi», mentre il doc. CX è annotato come «VIIIum de Madregnano septimi fasciculi».

[24] Si veda ancora CHIAPPA MAURI, Paesaggi rurali cit., pp. 63-99, e EAD., Le scelte economiche cit., p. 42.

[25] Due dei casi in cui l’annotazione è integralmente leggibile sono il doc. LXVI: «LVum de Baniolo quinti fasciculi» e il doc. LXXVII: «LXVIII secundi fassiculi de Vicomaiore».

[26] Alle due note citate nella nota precedente si può accostare quella che compare sul doc. LXXX: «XL VIIII secundi fassiculi de Vicomaiore» e sul doc. XCIII: «XXXVIum de Baniolo quinti fasciculi», infine la nota del doc. CXII, «XXXIIII primi fassiculi de Vicomaiore». Forse i fascicula primo e secondo riguardavano i beni di Villamaggiore, il quinto quelli di Bagnolo? Si tratta per il momento di semplici illazioni.

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