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Introduzione (*)

(*) Introduzione comune a Le carte della chiesa di S. Maria del Monte di Velate. II (1171-1190).

[Premessa]

Un imprescindibile lavoro preliminare all’edizione delle carte di S. Maria del Monte del secolo XII è sicuramente rappresentato dal confronto con il loro Regesto, pubblicato da Cesare Manaresi nel 1937 [1]. Egli ha infatti compiuto per primo l’operazione di ricostruzione del fondo, cercando di dare un’immagine il più esatta possibile della situazione quale doveva presentarsi al momento della soppressione: anche se l’autore non è esplicito al riguardo, è verosimile ritenere che anche in questo caso si sia attenuto al criterio già usato in precedenza per altre istituzioni ecclesiastiche, ossia al “principio delle provenienze, desumendo l’appartenenza e la collocazione degli atti soprattutto da caratteri esterni, come è a dire segnature, concordanze di date e di numeri; e inoltre aiutandosi con gli indici e repertori d’archivio e con tutti gli altri indizi che a sé non sembrano avere importanza e ne hanno invece tanta nel loro insieme” [2]. Egli stesso, comunque, accenna nell’introduzione a un inizio delle operazioni di regestazione di molto precedente all’uscita del volume a stampa, che risalirebbe addirittura agli anni Dieci del secolo XX e avrebbe subito una prima battuta d’arresto allo scoppio della prima Guerra Mondiale [3]: sembra quindi che la redazione dell’opera sia proceduta in parallelo al riordinamento su base cronologica del corpus documentario del santuario varesino, del cui svolgimento si hanno notizie nel 1912 [4]. Si potrebbe dedurne che il metodo impiegato per scegliere i pezzi da includere nelle cartelle del fondo Pergamene per fondi dedicate all’ente ecclesiastico [5] sia stato lo stesso adottato per decidere quali comprendere nel Regesto e che dunque il testo di quest’ultimo rispecchi fedelmente il contenuto di quelle: di fatto, non ne viene escluso alcuno. Anzi, si può verificare che un’errata collocazione di un atto non datato si riflette nella raccolta del Manaresi. Una lettera dell’arciprete di Riva San Vitale, Lanfranco, concernente una causa in merito alle decime della chiesa di S. Vittore di Varese è stata infatti regestata con attribuzione generica al secolo XII, probabilmente in base alle caratteristiche della scrittura [6]. La membrana su cui essa è vergata è infatti reperibile all’interno di una delle due buste contenenti il materiale risalente a quel periodo [7], ma ricerche successive hanno consentito di posizionare il documento nel contesto della vertenza a cui si riferisce, la quale, però, ha avuto luogo nel 1234 [8].

La descrizione che il Manaresi propone dell’archivio di S. Maria è estremamente sintetica: dopo aver segnalato la moderna sede di conservazione delle carte, in massima parte l’Archivio di Stato di Milano, rileva la mancanza di alcuni documenti, causata dalle alienazioni dei beni ecclesiastici nazionalizzati alla fine del Settecento, quando, insieme agli immobili, venivano consegnati agli acquirenti anche i titoli di proprietà ad essi relativi. Di alcuni di essi è possibile conoscere il destino, grazie ad alcuni verbali dell’Economato dei Beni nazionali : è questo il caso di un gruppo di cinque atti concernenti le decime di Cimbro e Cuirone risalenti agli anni Settanta del secolo XII, ricevuti il 14 novembre 1803 da Giacomo Bianchi, Pietro Sangiorgio e Antonio de’ Maria, e dei quali non rimangono altre tracce [9]. Lo studioso sostiene, però, che si sono potuti limitare gli ammanchi grazie al reperimento di alcuni originali in un deposito privato e alla consultazione di un inventario settecentesco [10]. Secondo la sua ricostruzione, dell’antico tabularium varesino risultano oggi disponibili dodici documenti risalenti al decimo secolo, quarantacinque all’undicesimo e ben 384 al dodicesimo. Per quanto riguarda quest’ultima e più consistente porzione, in base al lavoro del Manaresi, Juliane Trede ha elaborato un interessante grafico in cui mostra l’andamento della conservazione per intervalli decennali [11]: risalta immediatamente l’improvvisa crescita numerica che si verifica a partire dagli anni Settanta per arrivare al picco fra il 1191 e il 1200, mai più raggiunto nemmeno nei cent’anni successivi [12]. In questo senso, il caso di Velate si inserisce in una generale tendenza all’aumento della consistenza dei depositi archivistici degli enti ecclesiastici in tale periodo [13]. I dati presentati, poi, consentono di avanzare altre considerazioni: si segnalano infatti le proporzioni fra atti in cui S. Maria è parte in causa e munimina e si può rilevare che, mentre all’incirca nei primi tre quarti del secolo le due categorie sono in rapporto di sostanziale parità, si registra poi una netta prevalenza della prima, a sottolineare nuovamente la crescita dell’esigenza da parte della chiesa di conservare memoria scritta delle proprie azioni.

1. La storia di S. Maria del Monte: da collegiata a monastero femminile

Non si ripercorreranno dettagliatamente in questa sede tutte le vicende che hanno interessato S. Maria del Monte, tuttavia qualche breve cenno alla storia dell’ente è indispensabile per comprendere quella del suo archivio e ricostruirlo correttamente. Nulla di certo si sa a proposito della fondazione della chiesa, anche se alcune leggende la attribuiscono addirittura a Sant’Ambrogio [14]. La prima attestazione certa, però, è datata 922 e proviene da una donazione pro anima conservata nel suo tabularium [15]: già da quest’atto si possono trarre le prime informazioni sull’organizzazione interna, poiché vengono menzionati un arciprete e tre sacerdoti oficiales. Successivamente, l’articolazione testimoniata dalle carte è ancora maggiore e si incontrano chierici [16], diaconi, conversi maschi e femmine e scampnarii, titolo portato da alcuni personaggi a cui spettano “opera donica” [17].

Per quanto riguarda la posizione della canonica all’interno della struttura ecclesiastica della diocesi di Milano, la dipendenza dalla pievana di Varese, S. Vittore, è sottolineata in numerose occasioni [18]. Tale subordinazione, però, non è sempre accettata pacificamente né da S. Maria del Monte stessa, né dagli arcivescovi; in particolare, nel secolo XII suscita le proteste del capitolo varesino la decisione presa da Galdino della Sala di rimuovere l’arciprete Landolfo e sostituirlo con Pietro da Bussero [19], tanto che le parti in causa ricorrono al papa per vedere confermati i propri diritti [20]. La questione non è però chiusa e continua anche nel Duecento, quando Ottone Visconti rivendica le prerogative dell’episcopio intervenendo nella collazione del diaconato rimasto vacante [21].

Oggetto della devozione dei signori di Milano fra Tre e Quattrocento, proprio in quest’epoca il monte di Velate vede la nascita ufficiale di un monastero femminile, regolato secondo le institutiones dei religiosi di S. Ambrogio ad Nemus [22]. Il riconoscimento pontificio del cenobio, concesso da Sisto IV nel 1474, pone le monache sotto la cura e l’autorità dell’arciprete di S. Maria, Gasparino de Porris [23]. Ed è ancora a lui che, dopo un breve periodo di affidamento ai frati minori, il cenobio viene nuovamente sottoposto; tuttavia, egli sarà l’ultimo arciprete, poiché, in accordo con le religiose, otterrà dalla sede apostolica la soppressione del capitolo e l’annessione alla comunità delle sorores della chiesa e dei suoi beni [24]. Nel XVI secolo, dunque, ha inizio una nuova fase della storia dell’ente. Per il periodo successivo, si hanno numerose notizie sui pellegrinaggi che i fedeli compiono al santuario, pratica che si intensifica a nel Seicento, con la costruzione delle cappelle del Sacro Monte [25].

Con l’avvento della Repubblica Cisalpina, nel 1798, insieme ad altri enti, anche il monastero di Velate viene soppresso e i suoi beni nazionalizzati [26]; tuttavia, una ventina d’anni dopo, le religiose riescono a rientrare in possesso del convento, ove, in base alla normativa austriaca, viene istituita una scuola femminile [27]. Nel XX secolo, infine, viene reintrodotta la carica di arciprete [28].

2. L’archivio di S. Maria del Monte nei secoli XVII e XVIII: inventari e ordinamenti

2.1. Il Seicento

Il più antico strumento che permetta di avere una visione globale dell’archivio di S. Maria è un inventario del secolo XVII. Redatto da un anonimo, il registro è coperto in pergamena e reca il titolo “Inventario delle scriture che si ritrovano nel archivio del Ven. monaster di S.ta Maria Monte sopra Varese, l’anno 1696” [29]. Scorrendone le pagine, si incontra la descrizione di un deposito diviso in ventitré cassettini, con evidente riferimento al luogo fisico di conservazione, ognuno dei quali è “segnato di fori” [30] con un numero, che serve ad identificarlo. Il materiale è ripartito all’interno di essi sia su base topografica, sia in relazione all’argomento: infatti, gli atti che hanno attinenza a beni situati in una località vengono assegnati allo spazio ad essa dedicato, mentre quelli che non riguardano immobili, ma sono di natura diversa (privilegi, procure, incartamenti giudiziari), vengono riposti separatamente. Si dà di seguito un sintetico schema della suddivisione delle carte:

  • Cassettino 1: beni in Sant’Ambrogio
  • Cassettino 2: beni in Casciago e Brinzio, nonché beni del chiericato di S.Antonio di Cantù
  • Cassettino 3: beni in Rasa, Montonate e Scanneria
  • Cassettino 4: beni nei pressi di S. Maria del Monte
  • Cassettino 5: beni in Torba, Cagerimini, Vedano, Luvinate e Pravello
  • Cassettino 6: testamenti e donazioni
  • Cassettino 7: beni in Cantù
  • Cassettino 8: beni in Pratocentenaro
  • Cassettino 9: documenti relativi all’arcipretura
  • Cassettino 10: beni in Borsano e Ferno
  • Cassettino 11: beni in Velate
  • Cassettino 12: beni in Varese e documenti relativi al capitolo di S. Vittore
  • Cassettino 13: lettere e procure
  • Cassettino 14: brevi e indulgenze
  • Cassettino 15: confessi
  • Cassettino 16: beni in Cimbro, Barasso, Verano, Masciago e Biandronno
  • Cassettino 17: beni in Schiranna e lite con le sorelle Ghiolde
  • Cassettino 18: beni in Caronno, Ghiringhello, Biumo, Buscaglia, Avigno
  • Cassettino 19: privilegi e dazi
  • Cassettino 20: beni in Induno e luoghi diversi, lite con i signori Bossi
  • Cassettino 21: beni della cascina Morona
  • Cassettino 22: pagamenti ai sacerdoti della chiesa
  • Cassettino 23: libri di conti

All’interno di ogni contenitore, l’inventario segnala la presenza di unità archivistiche di varia consistenza, indicate ciascuna con un numero progressivo. Esso, tuttavia, può indifferentemente designare sia un unico pezzo, sia un intero mazzo di documenti [31]. Tale cifra di riferimento è stata individuata anche sul verso delle pergamene che è stato possibile identificare con quelle elencate nel volume: evidentemente, un addetto all’ordinamento delle carte, la cui mano è stata denominata S, le ha apposte in corrispondenza alle varie voci dell’elenco. Inoltre, in alcuni casi, vi ha affiancato un regesto, mentre manca costantemente un qualsiasi elemento di rimando al cassetto di appartenenza. È importante sottolineare che, comunque, l’intervento di S è decisamente limitato dal punto di vista quantitativo: si riscontra infatti in sole diciotto occasioni rispetto a un totale di più di quattrocento atti. Una simile procedura è un chiaro indizio dello scarso valore che le antiche membrane devono rivestire agli occhi delle loro proprietarie nel secolo XVII: sembra essere stata contrassegnata, infatti, solo quell’esigua minoranza che, grazie alle informazioni che contiene, può essere ancora di qualche utilità nella gestione patrimoniale [32]; il rimanente, conservato ma non più usato, non pare meritare nemmeno la fatica di essere catalogato. L’impressione è confermata da alcuni commenti attribuibili al medesimo periodo che si possono leggere a tergo delle pergamene: “Scritture di poco o niun valore” [33], “Nullius valoris” [34].

Del resto, lo stesso “Inventario” è il prodotto di un work in progress: evidentemente, al momento della sua compilazione non è ancora stata terminata la ricognizione del materiale e non è stata effettuata l’eventuale segnatura, pertanto la descrizione del contenuto di taluni cassetti è incompleta e si predispone lo spazio per una futura elencazione dettagliata. Per esempio, le scritture concernenti l’arcipretura (cassettino 9) non sono state esaminate tutte, ma “ne restano ancora di vedere, perciò si metono quelle poche si son viste” [35], mentre testamenti, donazioni e lasciti vari (cassettino 6) “si son visti, ma sin hora non sono segnati, perciò si notano qui abasso” [36]. A volte, le pagine lasciate di proposito in bianco vengono poi utilizzate da altri archivisti, segno di un continuo lavorio intorno al catalogo, ma il carattere estremamente sommario dei loro contributi non permette di ipotizzare un mutamento nella considerazione dei pezzi più antichi [37].

Se questo atteggiamento dimostra disinteresse verso il carattere di testimonianza storica del deposito documentario, d’altro canto vi si possono anche individuare le preoccupazioni di persone preposte al funzionamento di un ente ancora in vita, la cui attività stabilisce delle priorità di carattere pratico anche nella tenuta delle carte. Emerge, insomma, un’impostazione del lavoro non particolarmente attenta al passato, ma più decisamente orientata verso il presente e, talora, anche verso il futuro: è interessante notare, in questo senso, come nei cassetti si ritrovino non solo le attestazioni dei contratti già stipulati, ma anche moduli stampati per stenderne di nuovi [38].

Non sembra però che l’ordinamento ora esposto come traspare dalle pagine dell’“Inventario” sia l’unico in uso nel Seicento: pur non essendosi tramandati strumenti di corredo che ne descrivano la struttura, c’è almeno un indizio di una diversa disposizione del materiale. Nel verso di una raccolta di deposizioni testimoniali del 1190 si può leggere infatti un’annotazione databile al secolo XVII, che identifica il pezzo con le coordinate “Scaffale 6 numero 3” [39]. Anche se manca di un riferimento cronologico preciso, è verosimile ritenere che sia precedente all’elenco pervenutoci, visto che questo risale agli anni Novanta e un successivo è stato redatto circa quindici anni dopo e che quindi l’ipotesi di un terzo sistema di collocazioni attuato fra due così vicini nel tempo risulta poco probabile. Ne consegue, dunque, che prima del 1696 il tabularium di S. Maria del Monte si presenta anche fisicamente in maniera differente rispetto a quella descritta più sopra: il locale, o i locali, in cui è ospitato non sono attrezzati con cassettiere, ma con mobili forniti di scaffali (sei come minimo), all’interno dei quali le unità archivistiche sono contrassegnate da un numero [40].

Inoltre, a questo periodo si devono ascrivere gli interventi di due personaggi, indicati qui con E ed F, i quali, indipendentemente dall’“Inventario” tramandato, vergano sul verso delle pergamene il regesto dell’atto stilato sul recto. Entrambi redigono un riassunto molto dettagliato, il primo in italiano e il secondo in latino. Non su tutti i documenti si possono ritrovare le loro tracce: in particolare, essi sembrano trascurare i pezzi più antichi [41] per dedicarsi in maniera sempre più sistematica a quelli della fine del secolo XII. Nonostante tale consonanza, E ed F non sembrano agire di concerto e spartirsi il lavoro, o completare l’uno quello dell’altro, infatti mentre alcune membrane non recano note attribuibili alle loro mani, su altre, caso più significativo, ciascuno di loro ha scritto un regesto. Ciò significa che non si ritiene importante soltanto la semplice disponibilità pratica di un riassunto dell’atto, ma si ricerca anche una certa omogeneità di impianto e di strumenti espressivi. Non è possibile stabilire se il progetto che sicuramente sta alla base dell’operato di E ed F sia stato contestuale a uno degli ordinamenti archivistici già esaminati o abbia invece fatto riferimento a un altro e abbia previsto anche la redazione di strumenti di corredo; è però un fatto che nelle note non si trovino mai rimandi ad essi o elementi indicatori della collocazione della singola carte. Si può quindi supporre che nelle intenzioni dei due scrittori ci sia principalmente quella di fornire un mezzo per la rapida consultazione del materiale, senza occuparsi della sua reperibilità e della posizione occupata dalle carte all’interno del tabularium: probabilmente queste informazioni sono in qualche modo già disponibili e quindi E ed F non sentono la necessità di specificarle.

2.2. Il Settecento

L’ordinamento attestato dall’inventario del 1696, tuttavia, non pare dimostrarsi soddisfacente che per poco tempo dopo quella data. Già nel 1712, infatti, si procede alla stesura di un nuovo elenco di documenti, anche questa volta anonimo, che così si intitola: “Libro della rubrica generale di tutte le scritture che si conservano nell’archivio delle M. RR. monache di S. Maria al Sacro Monte regolato il presente anno 1712. diviso in due parti. Prima parte. Scritture spettanti al monastero e rendite del medemo con due tavole. Secunda parte. Scriture della chiesa e rendite della med.a con due tavole” [42]. Come si vede, negli intenti dell’estensore c’è anche quello di una netta separazione fra i due corpi di cui è costituito l’ente ecclesiastico, ossia il cenobio femminile e il santuario, in maniera, forse, da poter controllare la gestione delle singole parti; tuttavia, all’interno dell’opera non viene indicato il punto esatto del passaggio dalla prima alla seconda parte. Sembra che i contenitori dei documenti siano rimasti gli stessi per quanto riguarda la forma, e cioè delle cassettiere [43], identificate però con lettere dell’alfabeto e non con cifre, e anche il criterio di suddivisione degli atti rimane per lo più quello topografico. A questo proposito, è però necessario precisare che talora esso viene abbandonato, in particolare quando si tratta di atti non riguardanti la gestione del patrimonio fondiario, ma questioni diverse, sia economiche (dazi, esazioni, lasciti), sia religiose (canonizzazioni, reliquie).

Dentro ogni “cassettone” possono essere raggruppati più nuclei documentari attinenti a diverse località; ognuno di essi, se particolarmente cospicuo, può essere ripartito in mazzi e tale divisione non viene operata su base tematica, ma esclusivamente cronologica. Inoltre, all’interno di queste partizioni più piccole, ogni pezzo viene contrassegnato da una numerazione progressiva a partire dal più antico; essa non ricomincia all’inizio di ogni mazzo, ma è continua per l’intera sezione. In base alla descrizione del “Libro della rubrica generale”, la struttura dell’archivio di S. Maria del Monte ai primi del Settecento può essere così prospettata [44]:

  1. Cassettone A
    • fondazione del monastero (3)
    • monastero di S. Elisabetta di Torno e sua unione
  2. Cassettone B
    • beni del Sacro Monte, separati dal comune di Velate (4)
  3. Cassettone C
    • beni del Sacro Monte, separati dal comune di Velate (2)
    • beni pertinenti alla scamnaria (3)
  4. Cassettone D
    • privilegi di duchi di Milano e re di Spagna (4)
  5. Cassettone E
    • dazi su vino e pane (2)
  6. Cassettone F
    • scritture attinenti alla cascina Marona
    • consegne di beni moderne [45]
    • beni in Velate (4)
  7. Cassettone G
    • decime nel territorio di Velate (4)
  8. Cassettone H
    • beni in Selva Piana, territorio di Velate
    • beni in Avigno e Buscaglia, territorio di Velate
    • beni della Rasa, territorio di Velate
    • beni in Fogliaro, territorio di Velate
  9. Cassettone I
    • beni e decime in Sant’Ambrogio Olona (3)
    • mulino detto del Ponte in Sant’Ambrogio Olona
  10. Cassettone K
    • beni in Brinzio (2)
    • possessione di Pravello, territorio di Biumo Superiore
    • beni in Biumo Superiore e Inferiore
  11. Cassettone L
    • possessioni al Faij, territorio di Casbeno e Masnago
    • beni in Schiranna, territorio di Masnago
    • beni in Masnago
    • beni in Varese
    • beni in Giubiano, Bosto, Calcinate e Mustunate
  12. Cassettone M
    • beni in Casciago (2)
    • beni in Lonate
    • beni in Barasso
  13. Cassettone N
    • beni in Comerio e Oltrona
    • beni in Biandronno
    • beni in Varano e Ternate
    • beni in Montonate
    • beni in Castronno
    • beni in Gallarate
    • beni in Caronno Ghiringhello
    • beni in Venegono
    • beni in Torba
    • beni in Vedano
  14. Cassettone O
    • eredità Bolla
    • cascina di Ghigerima, territorio di Brebbia (2)
    • mulino di Ghigerima
  15. Cassettone P
    • beni in Cimbro, decime in Cuirone, Tordera, Casate, Arsago e la Villa (6)
  16. Cassettone Q
    • possessione di Precentenaro
    • beni in Milano e cascina Bulgarina
    • eredità di suor Eleonora Besozzi
    • legato di suor Domenica Maria Castiglioni
    • legati di suor Cunegonda Cid
  17. Cassettone R
    • confessi (4)
  18. Cassettone S
    • beni in Cantù, Cucciago, Intimiano e Vighizzolo (4)
  19. Cassettone T
    • beni in Cantù (4)
  20. Cassettone V
    • livelli in Cantù e limitrofi (4)
  21. Cassettone X
    • livelli in Cantù e limitrofi (2)
    • eredità Bossi: beni in Azzate e Castronno
    • eredità Chiesa: beni in Zelo
    • beni in territori in cui non si hanno più possessi
  22. Cassettone Z
    • scritture amministrative del monastero (4)
  23. Cassettone Y
    • amministrazione corrente
  24. Cassettone AA
    • diritti dell’arcipretura (3)
    • chiericato di S. Antonino in Cantù
  25. Cassettone BB
    • vicariato del Sacro Monte
    • rapporti con il capitolo di S. Vittore di Varese
    • censo dovuto alla mensa arcivescovile
    • fabbrica delle cappelle del Sacro Monte
  26. Cassettone CC
    • pagamenti alla Camera apostolica
    • eredità Lomazzi (2)
    • beni in Rasa, Comerio e Cabiaglio
  27. Cassettone DD
    • eredità Bianchi: beni in Velate e decima di Gerenzano
    • beni in Cimbro
    • cappella dell’abate Martignoni
    • consegne di beni
    • confessi vari
  28. Cassettone EE
    • atti per la canonizzazione delle fondatrici del monastero (3)
    • reliquie
  29. Cassettone FF
    • visite pastorali e decreti arcivescovili
    • scritture varie concernenti la chiesa e il suo patrimonio
    • legati perpetui alla chiesa
    • legati non perpetui alla chiesa
  30. Cassettone GG
    • confessi di messe celebrate altrove
    • mandati di pagamento (4)

Come si vede, la struttura del deposito è molto articolata; nella maggior parte dei casi, i documenti concernenti un determinato argomento riescono ad essere contenuti in un solo cassetto, mentre per alcune serie particolarmente consistenti, quelle relative al Sacro Monte e a Cantù, è necessario occuparne due. Talvolta, in particolar modo quando si ha a che fare con scritture antiche, si verificano delle eccezioni: per esempio, nella sezione denominata E trovano posto le misurazioni e consegne di beni in genere, ma soltanto quelle moderne, poiché quelle più risalenti sono inserite nelle serie intestate alla località cui fanno riferimento; è possibile che in ciò si possa leggere l’accettazione di una disposizione precedente e il desiderio di non modificarne l’ordinamento. Nel “cassettone segnato F” sono contenuti gli atti relativi al territorio di Velate, ma con l’avvertenza che: “Due mazzi di scriture di diversi aquisti antichi fatti in Velate, in Biumo, Bosto, Masnago ed altri luoghi dal 1070 fino al 1449 si ritrovano nel casset.e primo sopra quelli della chiesa” [46]. Nelle pagine del “Libro della rubrica generale”, inoltre, ciascun pezzo è descritto in poche righe comprendenti la data, talora incompleta [47], gli estremi del negozio giuridico, a volte il nome del rogatario e il numero assegnato all’interno della serie.

Per quanto riguarda la collocazione fisica del materiale, l’inventario testimonia che, pur se anche le carte dell’amministrazione corrente vengono riposte nei locali dell’archivio (cassetto Y), ve ne sono però alcune che sono conservate al di fuori di esso: infatti, alcuni elenchi di paramenti e oggetti preziosi della sagrestia della chiesa non vengono menzionati perché si trovano nel monastero [48].

La redazione del “Libro della rubrica generale” non è però l’unica operazione messa in atto nel progetto di riordinamento. Se ne trova infatti un riscontro anche sui documenti, che ove si può leggere un’annotazione vergata da una mano qui denominata “I”, la quale costituisce una sorta di segnatura archivistica del pezzo, dal momento che vengono indicati il cassettone di appartenenza e il numero occupato all’interno di esso; in alcuni casi, ma non sistematicamente, è stato aggiunto anche un breve regesto. La presenza di tali note, però, non rispecchia esattamente quanto si legge nell’inventario, infatti esse sono in numero lievemente inferiore a quello dei documenti ivi menzionati [49]; tuttavia, poiché in più d’un caso si è riscontrato l’uso di conservare la pergamena cucita all’interno di una camicia cartacea recante sul frontespizio le informazioni vergate da I, si può ritenere che qualcuna di esse sia andata perduta e che quindi in origine ci sia stata una corrispondenza più precisa. Ben più consistente, invece, come già rilevato per il secolo precedente, è la differenza fra le reali dimensioni del fondo, per quanto riguarda il periodo oggetto della presente edizione, e quelle del gruppo di pezzi citati nell’elenco: il rapporto percentuale si attesta all’incirca sul 10%. Ancora una volta, quindi, pare che l’interesse degli archivisti sia puntato non sul valore storico dei documenti, ma sulle possibilità di un loro utilizzo nel presente: non si arriva a scartare i pezzi che riguardano questioni e diritti ormai estinti, ma, non tenendo conto di essi negli strumenti di corredo, se ne elimina la memoria e perciò li si relega in uno stato di non reperibilità.

Tale atteggiamento appare confermato da quanto dichiarato nel 1755, in occasione della visita pastorale del cardinale Giuseppe Pozzobonelli [50]. Quando, fra le varie interrogazioni, si chiede dell’archivum, si risponde che esiste, ma che non è necessario compilare un indice di tutte le scritture che contiene, poiché una lista si trova già in un liber in cui sono riportati tutti i legati di pertinenza della chiesa e del monastero e sarebbe inutile ripeterla [51]. Non solo, quindi, ci si riferisce a un ambito ben preciso e solamente alla documentazione ad esso attinente, ma è evidente che si tratta di carte concernenti disposizioni testamentarie ancora valide. Il libro citato, inoltre, non è nemmeno attendibile dal punto di vista archivistico, poiché si tratta di un elenco ordinato per argomento, in cui i singoli atti vengono menzionati privi di qualsiasi elemento riguardante la collocazione e addirittura mancanti della data [52].

Si è dunque potuto constatare come nel Seicento e nel Settecento le monache di S. Maria del Monte gestiscano il proprio deposito documentario: dal momento che esso è considerato principalmente come luogo di conservazione di titoli attestanti diritti ancora esistenti, e quindi di possibile utilizzo in caso di controversie, un’organizzazione razionale che consenta il reperimento delle carte è vista come fondamentale e perciò si promuovono alcuni interventi in tal senso, di due dei quali si ha traccia anche grazie alla redazione di un inventario. Appunto questi volumi, però, se confrontati con l’effettiva consistenza del materiale pervenutoci per il periodo fra X e XII secolo, mettono in luce il fatto che la parte più risalente del tabularium viene tralasciata e, anche quando è menzionata, talvolta non vengono descritti i singoli pezzi, ma dei raggruppamenti di atti, e in più di un’occasione i termini cronologici sono errati. Il prodotto di queste operazioni, pertanto, impreciso e incompleto, non può costituire l’unica fonte su cui basarsi per ricostruire la fisionomia dell’antico archivio della chiesa, ma dev’essere necessariamente integrata dalle informazioni tratte dalle varie annotazioni che, in epoche precedenti, mani diverse hanno apposto sul verso delle pergamene.

3. Prima degli inventari: tracce di ordinamenti archivistici precedenti al secolo XVII

Anche se non sono stati tramandati inventari redatti anteriormente al Seicento, non si può credere che i canonici prima e le monache poi non abbiano badato al proprio archivio. Infatti, sul dorso delle pergamene di S. Maria del Monte si possono trovare le tracce di alcuni interventi susseguitisi nel tempo, sia di carattere sistematico, sia motivati da interessi particolari e contingenti, volti in generale all’identificazione del pezzo al fine di semplificarne l’utilizzo.

Per quanto riguarda il pieno Cinquecento, non è possibile individuare una calligrafia ricorrente, mentre è attribuibile alla fine del secolo precedente una mano che si è qui denominata “A”, presente all’incirca sui due terzi dei pezzi [53]. La sua attività si può collocare fra gli ultimi anni del XV e i primi del XVI secolo [54]: si tratta di un momento molto travagliato della storia di S. Maria del Monte, ossia quello in cui maturano gli eventi che portano all’unione dell’arcipretura e dei benefici connessi al monastero femminile. Si potrebbe quindi pensare che, in vista di tale avvenimento o immediatamente di seguito ad esso, si sia ritenuta opportuna una ricognizione, e forse un riordinamento, della documentazione attinente alla chiesa e alle sue prerogative. La principale caratteristica delle note di A è quella di essere estremamente sintetiche: lo scrittore si limita, infatti, all’indicazione, occasionalmente iterata, del toponimo a cui si riferisce il negozio giuridico attestato nel recto, usando indifferentemente il latino o il volgare, e talvolta entrambi [55]. Ci sono però dei casi in cui tale informazione non si può fornire, per esempio quando l’atto non riguardi beni fondiari, e pertanto è necessario impiegare un criterio diverso, quale per esempio la dichiarazione della tipologia documentaria [56]; qualora invece l’obbligazione contratta non abbia più effetti, è questa circostanza ad essere precisata [57]. È interessante notare che, a quest’altezza cronologica, si è persa la capacità di comprendere la scrittura dei documenti più antichi e quindi, in tutte le carte del secolo X e in parte di quelle della prima metà del successivo, A si rivolge al lettore invitandolo a leggerle da sé, sottintendendo di non esserne in grado [58]; in un unico caso, nel verso di una membrana datata 993, riesce ad individuare il toponimo di riferimento, ma è possibile che sfrutti a tale scopo un’altra annotazione attribuibile al secolo XII e quindi chiaramente comprensibile ai suoi occhi [59].

In ogni caso, è da sottolineare la sistematicità dell’intervento di questa mano, che infatti si ritrova in misura decisamente maggiore rispetto a tutte le altre scritture ricorrenti e interessa un numero di pezzi superiore a quello considerato negli inventari. Dunque, l’individuazione di un’annotazione vergata da A è sicuramente un elemento decisivo ai fini dell’identificazione di un documento facente parte dell’antico archivio di S. Maria del Monte.

Una scrittura che pare coeva a quella precedentemente esaminata può dare un’idea della fisionomia almeno di una parte dell’archivio. Si tratta di una piccola pergamena che menziona alcuni atti, forse utilizzata come etichetta di un contenitore [60]. Vi sono citati pezzi di natura estremamente diversa, dai conti alle ricevute, a vari elenchi, ai legati testamentari, a documentazione dei duchi di Milano. La sua stesura si può datare al XVI secolo, come si deduce sia dalla grafia utilizzata, sia dall’allusione a uno “scripto” rilasciato da Ludovico il Moro. Si può concludere che, in quest’epoca, esistono raggruppamenti di atti di carattere decisamente eterogeneo, riuniti secondo un criterio non individuabile: una simile struttura sicuramente non facilita la consultabilità del materiale e si rende quindi necessaria una lista di tutti i pezzi riposti nel medesimo contenitore. Anche questa soluzione, tuttavia, non si rivela molto pratica, poiché innanzitutto la sua compilazione non è sistematica, come dimostra l’impiego di espressioni latine accanto a quelle volgari; in secondo luogo, le indicazioni non sono dettagliate, ma vaghe e costantemente prive di riferimenti alla datazione dei documenti. L’elenco sembra dunque finalizzato all’uso da parte di persone che in qualche modo già conoscono le unità archivistiche che menziona: non si tratta quindi di uno strumento che, come un inventario, da solo permetta il loro reperimento, ma un semplice ausilio per la gestione pratica delle carte.

Un’altra grafia ricorrente è quella identificata con la lettera B, attribuibile al Trecento. Anche se decisamente meno sistematicamente di A [61], lo scrittore appare comunque interessato alla totalità del materiale, a partire dal secolo XII; infatti, gli atti che recano le sue annotazioni non sono accomunabili né per argomento, né per appartenenza a un determinato arco cronologico. Ancora una volta, l’elemento fondamentale che viene messo in evidenza è la località in cui sono ubicati i beni di cui si tratta nel recto, talvolta con la precisazione della loro natura [62]. Le eccezioni a tale prassi, com’è facile intuire, si verificano quando la transazione non riguardi immobili, ma diritti [63].

Durante il XIII secolo, sono due i personaggi che con una certa regolarità lasciano tracce scritte sulle membrane di S. Maria del Monte. L’attività del primo è chiaramente legata a un motivo contingente, ossia la difesa in tribunale dei diritti della chiesa sul luogo di Avigno. Infatti, ogni nota di questa mano, denominata G, contiene una spiegazione dell’utilità dell’atto ai fini processuali: nel verso di una vendita del 1080, per esempio, si dichiara che si tratta della prova documentale più antica fra quelle prodotte sia dalla canonica, sia dalla parte avversa, e che in esso si dimostra come l’oggetto del contendere sia all’interno del territorio di Velate [64]. La documentazione tramandata non consente di stabilire con precisione a quale procedimento si riferisca l’operazione, tuttavia pare che sia da ricollegarsi alla vertenza della quale si ha un ricordo in una sentenza del 1201 [65], magari riapertasi in seguito a successivi appelli. Ugualmente al Duecento è riferibile la grafia di T, che stila sulle pergamene brevi regesti, in cui si menzionano la specie del negozio, il bene che ne è oggetto e spesso anche le persone coinvolte; le sue annotazioni interessano per la quasi totalità documenti con date successive al 1150 [66]. È possibile che egli agisca in base a un progetto archivistico di rinnovamento o di cambiamento delle note tergali, apposte sulle membrane al fine di velocizzarne la gestione, evitando di dover leggere per intero l’atto per conoscerne il contenuto: infatti, in più d’un caso, il riassunto di T è posizionato nello spazio precedentemente occupato da altro testo, accuratamente eraso. Si può quindi supporre che si siano volute sostituire annotazioni più antiche e forse redatte secondo criteri non ritenuti più funzionali, con le nuove, senza lasciare più traccia delle prime.

Infine, sulle carte dei secoli X e XI, si individuano con relativa frequenza [67] indicazioni concernenti il documento e l’argomento da esso trattato, che si possono datare al XII secolo. Il loro autore, H, si rivela molto conciso, dal momento che accenna solamente alla forma dell’atto (carta o breve), alla qualità dell’immobile e alla sua ubicazione.

L’attenzione al proprio archivio da parte degli ecclesiastici di S. Maria del Monte, dunque, appare testimoniata costantemente nel tempo, anche se non si riescono a reperire le tracce di una ricognizione veramente globale. Nella maggior parte dei casi esaminati l’obiettivo principale sembra essere quello di facilitare la fruibilità dei documenti e di velocizzarne il reperimento: le scarne indicazioni dei vari scrittori considerati hanno infatti lo scopo di consentire di individuare rapidamente gli atti riguardanti una particolare località e, talvolta, di fornire altri dettagli riguardo al negozio giuridico. Come nell’età moderna, anche nel Medio Evo il criterio informatore di tutte le operazioni attuate all’interno del tabularium è quello di mirare a una semplificazione dell’uso del materiale in esso contenuto. Finalità pratiche, dunque, stanno alla base degli interventi delle varie mani analizzate; a fronte di ciò, tuttavia, è interessante notare come una parte del deposito sia divenuta progressivamente inaccessibile, non per motivi fisici, ma a causa dell’incapacità di comprendere la scrittura delle carte più antiche, rilevabile dalle annotazioni quattrocentesche. Nonostante questa circostanza le renda praticamente inutilizzabili, però, in qualche modo rimane la coscienza che esse fanno parte dei titoli comprovanti la legittimità del patrimonio della chiesa, e quindi si ritiene comunque importante la loro conservazione.

Note

[1] Regesto di S. Maria di monte Velate sino all’anno 1200 (Regestum S. Mariae de monte Vellate), a cura di C. Manaresi, Roma 1937.

[2] C. MANARESI, Rapporto presentato all’Ill.mo Sig. Direttore del R. Archivio di Stato in Milano sulle condizioni generali delle Pergamene (Fondo di Religione) e riordinamenti compiuti nell’anno 1910, in “Annuario del R. Archivio di Stato per l’anno 1911”, pp. 72-73.

[3] Id., Prefazione, in Regesto di S. Maria cit., p. VII.

[4] Cfr. L. FUMI, Lavori di riordinamento e inventari, in “Annuario del R. Archivio di Stato per l’anno 1912”, p. 48, ove si accenna al riordinamento del Manaresi come a una sistemazione non definitiva, ma utilizzata “per comodità di ricerca”.

[5] ASMi, Pergg. 131 e 132.

[6] Regesto di S. Maria cit., numero 441, p. 310.

[7] ASMi, Pergg. 132.

[8] R. PERELLI CIPPO, Per lo studio della piccola proprietà rurale in Lombardia: la famiglia Patarini di Velate (secoli XII-XIII), in Felix olim Lombardia. Studi di storia padana dedicati dagli allievi a Giuseppe Martini, Milano 1978, pp. 47-48 e n. 76.

[9] ASMi, Amministrazione del Fondo di Religione, cart. 2396, fasc. datato 1803 novembre 14 e intitolato “Elenco dei ricapiti che dall’Archivio dell’Economato de’ Beni Nazionali si consegnavano alli cittadini Giacomo Bianchi, Pietro Sangiorgio e Antonio de’ Maria quali acquirenti della possessione e beni siti nei Territorj di Cimbro, Crugnola, Cuirone, Mornasio e Villadosio di provenienza del soppresso monastero di S.a Maria sopra il Monte di Varese”. I documenti qui regestati sono in realtà quattro, ma di una confessio del 1176 ottobre 8 si precisa che è “In duplo”.

[10] MANARESI, Prefazione cit., p. VIII. Dell’inventario, conservato oggi in ASMi, FR 3889, si darà descrizione in seguito, cfr. infra.

[11] J. TREDE, Untersuchungen zum Verschriftlichungsprozeß im ländlichen Raum Oberitaliens. Die Urkunden der Pilgerkirche S. Maria di Monte Velate bei Varese aus dem 12. und 13. Jahrhundert, Frankfurt am Main 2000, p. 10.

[12] Cfr. Ibidem: se i documenti risalenti al periodo fra 1181 e 1190 sono circa una novantina e superano il centinaio per il decennio successivo, a partire dagli anni Venti del Duecento ha inizio una tendenza al decrescere del numero delle carte, il quale progressivamente si riduce fino a non toccare la decina fra 1291 e 1300.

[13] Ibidem, pp. 11-12; tale fenomeno viene messo in rapporto con le accresciute esigenze di cautelarsi riguardo a possibili azioni giuridiche di contestazione dei propri diritti (p. 14; cfr. anche T. BEHRMANN, ‘Ad maiorem cautelam’. Sicherheitsdenken, Zukunftbewußtsein und schriftliche Fixierung im Rechtsleben der italienischen Kommunen, in “Quellen und Forschungen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken”, 72 (1992), pp. 26-53). Oltre alle similitudini rispetto ad altre situazioni, la Trede mette in luce anche le differenze: particolarmente significativo, data la vicinanza, è il caso della chiesa di S. Vittore di Varese, in cui il numero dei documenti tramandati aumenta costantemente anche durante il secolo XIII, fino a raggiungere il limite massimo fra 1260 e 1270 (TREDE, Untersuchungen zum Verschriftlichungsprozeß cit., p.12).

[14] Sulla leggenda della fondazione da parte di S. Ambrogio, nelle sue due versioni, si sofferma E. MAGNAGHI, Varese, in Dizionario della Chiesa ambrosiana, VI, Milano 1993, pp. 3840-3841.

[15] Cfr. documento n. 1 (volume 1).

[16] Cfr. documento n. 111 (volume 1).

[17] L’elenco degli ecclesiastici si trova in un documento datato 1196 maggio 30, mentre un’esposizione dettagliata dei diritti e dei doveri degli scampnarii è in un atto datato 1197 ottobre 6 (entrambi di prossima pubblicazione nel terzo volume di quest'edizione).

[18] La più precoce attestazione di tali rapporti risale al secolo X: “heclesia Beate semperque Dei genitricis Marie que dicitur Munte Vellate, qui pertinet de eclesia Varise, que eclesia ipsa pertinere dinussitur de sub regimina et potestatem domui et archiepiscopato sancte Medialanensis eclesia” (documento n. 3 del volume 1).

[19] Cfr. MAGNAGHI, Varese cit. Sui legami di Pietro da Bussero con l’arcivescovo Galdino e sulla rilevanza politica della sostituzione dell’arciprete, cfr. M. P. ALBERZONI, Nel conflitto tra Papato e Impero: da Galdino della Sala a Guglielmo da Rizolio (1166-1241), in Diocesi di Milano, I, a cura di A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro, Brescia 1990, p. 228.

[20] Cfr. Le pergamene della basilica di S. Vittore di Varese (899-1202), a cura di L. Zagni, Milano 1992, n° LXXXIX; documento n. 38 (volume 2).

[21] Gli atti dell’arcivescovo e della curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Ottone Visconti (1262-1295), a cura di M. F. Baroni, Milano 2000, n. CXCVII, pp. 163-164.

[22] Sulle origini della comunità femminile, cfr. A. MARTÌNEZ CUESTA, voce Ambrosiane, romite, in Dizionario degli Istituti di Perfezione, I, Roma 1974, col. 513; L. AIRAGHI, Gli ordine religiosi nel sec. XV. L’“osservanza” preludio alla Riforma, in Diocesi di Milano cit., pp. 370-371.

[23] MAGNAGHI, Varese cit., p. 3843.

[24] La documentazione relativa alla vicenda si trova in ASMi, FR, cart. 3850.

[25] MAGNAGHI, Varese cit., p. 3843.

[26] Ibidem, p. 3844; MARTÌNEZ CUESTA, voce Ambrosiane cit.

[27] Ibidem; M. PIPPIONE, Tutela austriaca e rinascita cattolica nella Restaurazione (1815-1859), in Diocesi di Milano cit., II, p. 717.

[28] MAGNAGHI, Varese cit., p. 3844.

[29] ASMi, FR, cart. 3887. Le carte del registro presentano una numerazione “affrontata”, ossia hanno la stessa cifra sia nella facciata di sinistra, sia in quella di destra; a motivo di questa particolarità, quando si vorrà fare riferimento ad una pagina si citerà la cifra accompagnata dalla lettera “s” o “d”.

[30] Ibidem, c. 1d.

[31] Si consideri l’esempio del “mazzo di carte pecorine dal 1100 sin al 1290 in numero di 64, quale sono investiture, obbligationi, rimesse, compre e un testamento di un sig. arciprete di poco utile: sono tutte assieme segnate n° 1”, contenuto nel secondo cassettino: ibidem, c. 2d.

[32] Tali documenti vengono sfruttati intensamente, sia come prove da produrre in giudizio, sia come fonti agiografiche, e si ha notizia della loro circolazione tanto in originale, quanto in copia. Alcuni atti del XII secolo, per esempio, vengono consegnati nel 1642 al giudice Pietro Paolo Confalonieri, incaricato di dirimere una causa che oppone il monastero agli scamnarii (ASMi, FR, cart. 3866), mentre “scritture e libri (…) concernenti il culto e veneratione de’ venerabili corpi” delle beate fondatrici sono utilizzati nel 1695 “a fine di ristamparne l’historia, sì (…) della divotione di Nostra Signora, come della fabrica e stato delle cappelle” (ASMi, FR, cart. 3852). Ancora nel XVII secolo, si ha notizia della redazione multipla di copie da trattenere presso il cenobio, “sendone restate l’altre copie al Sig. Cosmo Buzio con le cartelle autentiche di carta pecora” (ASMi, FR, cart. 3872, senza data). Una situazione simile si verifica anche nell’archivio della vicina chiesa di S. Vittore di Varese: cfr. L. ZAGNI, Introduzione, in Le pergamene della basilica di S. Vittore cit., pp. VII-VIII.

[33] Cfr. documento n. 8 (volume 1).

[34] Cfr. documento n. 31 (volume 1).

[35] ASMi, FR, cart. 3887, c. 22d.

[36] Ibidem, c. 13d.

[37] Le procure conservate nel tredicesimo cassettino, per esempio, “si supongono di poco rilievo, perciò non si sono inventariate. Si lascia il luogho per farlo se si venisse in parere”: infatti, segue uno stringatissimo elenco di mano diversa (Ibidem, c. 31d). I brevi e le indulgenze del contenitore successivo sono “già spirate, perciò non se ne fa nota. Abbisognando, si possono vedere”; anche dopo la ricognizione, tuttavia, gli archivisti non cambiano parere, e l’unico commento di chi ci si è cimentato è: “Vedute, che sono solo indulgenze” (Ibidem, c. 33d).

[38] Nel quinto cassettino, oltre al materiale relativo ai beni siti a Torba, Luvinate e altre località, si trovano anche “alcune investiture in bianco”; nel diciannovesimo, insieme a privilegi e documentazione concernente i dazi ci sono “stampe in bianco per affitar terreni” (Ibidem, rispettivamente c. 10d e c. 45d).

[39] Cfr. un documento documento datato 1190 ottobre 10 (di prossima pubblicazione nel terzo volume di quest'edizione).

[40] Non sembra che ci sia corrispondenza fra i due ordinamenti relativamente alla ripartizione dei documenti nei contenitori; non pare probabile, in sostanza, che, una volta sostituiti i mobili in cui i pezzi erano riposti, ci si sia semplicemente limitati a riversare il contenuto di uno scaffale in un cassetto mantenendo la medesima sequenza. Se così fosse stato, infatti, la raccolta di deposizioni su cui si è reperita l’annotazione con il riferimento allo “Scaffale 6” sarebbe dovuta finire nel “cassettino sesto”, che invece risulta essere dedicato a testamenti e donazioni.

[41] Nessuno dei due interviene sulle pergamene del X secolo; per quanto riguarda l’XI, E regesta quattro documenti (45, 46 , 48, 55 del volume 1), mentre F cinque (14, 32, 40, 41, 52 del volume 1).

[42] ASMi, FR, cart. 3889.

[43] Può darsi però che ci sia stato un rinnovamento nel materiale utilizzato, o nelle sue misure, poiché nel 1696 si parla di “cassettini”, mentre ora si fa riferimento a “cassettoni”. All’interno di essi, si possono ritrovare anche altri tipi di contenitori, forse utilizzati per proteggere i documenti di maggiore valore, come la “scatola di tolla” che contiene alcune copie di un privilegio rilasciato da Filippo IV di Spagna (ASMi, FR, cart. 3855, in data 1643 marzo 2).

[44] Accanto all’indicazione dei nuclei documentari conservati nel singolo cassettone, fra parentesi si trova il numero degli eventuali mazzi in cui sono ripartiti.

[45] ASMi, FR, cart. 3889, c. 32r: “Queste sono le misure moderne, essendo collocate le vecchie che si sono trovate ciascuna unita alla scrittura attinente a quel territorio”.

[46] Ibidem, c. 34r.

[47] Si veda per esempio ibidem, c. 34r, la segnalazione di alcuni atti di compravendita del XII secolo in cui si menziona solamente il millesimo.

[48] Ibidem, c. 164r.

[49] Per il periodo qui considerato, si sono reperite 43 annotazioni di mano I contro 48 documenti regestati nel “Libro della rubrica generale”.

[50] ASMi, FR, cart. 3887, volume intitolato “Visita fatta dal eminentissimo Pozzobonelli”.

[51] Ibidem, pp. 262-263: “Supervacaneum existimatur ipsarum scripturarum indicem conficere, nam in libro iam tradito, in quo omnia legata huic ecclesie et monasterio incumbentia diligentissime descripta sunt, omnia instrumenta suis locis propriis enunciantur, ideoque ea repetere superfluum est”.

[52] ASMi, FR, cart. 3887, volume intitolato “1754. Descrizione di tutti li legati che ogni anno si adempiono nel Santuario di S. Maria del Sacro Monte sopra Varese e de Fondi spettanti alli medesimi”.

[53] La presenza della mano A è stata rilevata su 299 pergamene comprese in quest’edizione.

[54] Il documento più recente su cui sono state reperite annotazioni di mano A è datato 1497 dicembre 28: ASMi, FR, cart. 3861.

[55] Nel verso di un documento datato 1194 aprile (di prossima pubblicazione nel terzo volume di quest'edizione), per esempio, A scrive prima il toponimo latino e poi quello volgare: “Balassium. Balasso”.

[56] È questo il caso dei documenti contrassegnati da A con il termine “Finis” (cfr. per esempio n. 74, 93 e 96 del volume 1) o con “Comutatio” (documento n. 111 del volume 1).

[57] Cfr. per esempio i documenti n. 122 (volume 1) “Nil”; 134 “Nil valet”; 143 “Cassa”.

[58] L’annotazione “Lege” è presente nel verso dei documenti n. 3, 4, 7, 8, 9, 10, 12, 16 (volume 1), e nel n. 24 (nella forma “Legas”).

[59] Documento n. 11 (volume 1).

[60] ASMi, AD, pergg., cart. 139, fasc. 68i. Pare opportuno riportarne la trascrizione: “Iesus Maria. Qua dentro sono li conti de d. prete Antonio Iudice. Item queli de Dessiderio. Item li conti de d. Nicolò de la Guarda. Item el saldo de Io. Pietro de Byumo de Sotto. Item certi memoriali del reverendo d. Bacilere et de altri. Item le confessione de li Morigii e del suo factore insciema con el debito del monasterio. Item lista de d. pre Io. Angelo con madona l’abbatissa. Item la lista de magistro Bernardino de Trulio e de Abiate. Item la lista del vino de d. Bernadino de Biumio. Item la memoria de certi legati. Item lista de queli de Casteno. Item la liberatione de le taxe. Item le confessione de d. pre Io. Antonio Funtaneo. Item la liberatione de li fratri per li [d]inari de d. fratre Aluisio. Item alcune liste del suprascritto d. Bernardino de Biumio. Item liberatione de Mapheo. [Item] el codicillo del m.co d. Philippo Vicecunte. [Item] el scripto del m.co d. Ludovico. Item lista de Thomasio Pozzo. [I]tem licentia domini Gasparini archipresbiteri aquirendi vel emendi usque ad ducatos mille”.

[61] Sono state riscontrate 45 annotazioni di mano B nelle pergamene del secolo XII.

[62] Documento n. 88 (volume 1): “Venditio unius domus de Massenago”; doumento n. 114: “De buscho et silva quod dicitur Gazium”.

*

[63] Documento n. 72 (volume 1): “Carta cessionis facte per certos de Vellate de certis eorum iuribus”; documento n. 161 (volume 2): “Carta decime de Vellate”.

[64] Documento n. 48 (volume 1).

[65] Edita in Gli atti del comune di Milano fino all’anno MCCXVI, a cura di C. Manaresi, Milano 1919, n° CCXXXVII, pp. 335-336.

[66] La grafia di T ricorre nel verso delle pergamene trentaquattro volte.

[67] Le annotazioni di mano H sono state individuate su dieci pergamene.

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