Lombardia Beni Culturali

Introduzione

di Mirella Baretta

I monasteri benedettini di Santa Maria Teodote e Santa Maria del Senatore di Pavia

I due monasteri femminili di Santa Maria Teodote e Santa Maria del Senatore, fondati a Pavia tra VII e VIII secolo, entrambi per iniziativa privata, e dotati di un cospicuo patrimonio, aumentano rapidamente i loro beni per effetto dei numerosi privilegi concessi da re e imperatori. I cenobi, posti a ridosso della cerchia muraria più antica della città, nei pressi di porta Marenca, erano contigui ed entrambi uniformati alla regola di san Benedetto. Tali elementi denunciano subito un’affinità tra le due istituzioni, considerando anche l’uniformità della Regola e del governo interno e la posizione di monasteri esenti, status che entrambe rivendicano con forza a partire dalla seconda metà del secolo XII, trovandosi ripetutamente in rapporto dialettico con l’autorità del vescovo diocesano. La documentazione superstite dei rispettivi archivi conserva perciò le testimonianze di una storia istituzionale insolitamente simile, anche se del tutto indipendente almeno fino alla fine del secolo XIV. Queste ragioni ci inducono ad accomunare i due monasteri in una breve introduzione comune; la descrizione dei rispettivi archivi al contrario sarà trattata separatamente, nel rispetto delle caratteristiche proprie di ciascuno.

Le vicende dei due cenobi si intrecciano a partire dalla seconda metà del secolo XV quando, prima il Senatore, in seguito Teodote, entrano nella Congregazione benedettina riformata di Santa Giustina di Padova [1]. Sebbene ciascuno dei due monasteri conservi, fino alla soppressione, la propria autonomia nell’amministrazione dei beni, ed escluda la possibilità di accorpamento con il vicino cenobio, anche rivendicando con vigore le proprie prerogative di istituzione indipendente [2], a partire dal 1472, quando anche il monastero di Santa Maria Teodote si avvicina alla Congregazione riformata, si possono apprezzare le prime testimonianze scritte di un’azione comune, svolta dai due monasteri pavesi nei confronti degli organi istituzionali loro preposti: nel 1473, quando la badessa di Santa Maria Teodote inoltra al pontefice Sisto IV la richiesta di entrare nella Congregazione, e si appresta a ricevere i «visitatori» inviati dal capitolo generale [3], precisa che a causa della sua età avanzata e dell’infermità, intende avvalersi dell’esperienza di una monaca del monastero del Senatore, tale Elia de Astariis, che sovrintenda al passaggio di status giuridico del suo istituto. Subito dopo l’ingresso di Santa Maria Teodote in Santa Giustina, i capitoli generali dei due monasteri riunitisi, in seduta distinta, ma alla presenza di una rappresentanza reciproca, comunemente deliberano di rivolgere formale richiesta al pontefice affinché conceda loro di eleggere la badessa ogni tre anni, anziché annualmente, come era previsto dal Regolamento generale, eventualmente scegliendo anche una monaca appartenente al vicino istituto, e inoltre acconsenta all’eventuale trasferimento di monache da un monastero all’altro [4]: richieste cui il pontefice Sisto IV risponde affermativamente con bolla datata 8 giugno 1474 [5].

Verso la fine del secolo XVII i due monasteri agiscono ancora collegialmente: al fine di richiedere al re Carlo II la sua protezione, nonché la conferma dei loro antichi privilegi, confezionano un dossier contenente copie di alcuni diplomi ottenuti dai passati sovrani [6], con l’aggiunta di un libellus in lingua spagnola recante una breve storia dei due istituti. Il notaio pubblico incaricato di trascrivere e autenticare i diplomi è Pietro Silvio Zanacchi, che appone tutte le sue sottoscrizioni in data 9 luglio 1683. Il diploma di Carlo II con la conferma dei privilegi richiesti giunge l’anno seguente, ed è significativamente indirizzato alle badesse di entrambi i cenobi, elemento che sancisce in modo anche formale la comunione dei due istituti, i quali evidentemente vengono percepiti come un unico organismo. Tutto il materiale documentario raccolto in tale circostanza, ivi compreso il diploma elargito da Carlo II, viene pubblicato a stampa per cura dei due monasteri, verosimilmente negli anni Ottanta del secolo [7].

Verso la metà del sec. XVIII, infine, di fronte alle pretese di ingerenza avanzate dal vescovo diocesano Francesco Pertusati, i due monasteri predispongono la loro difesa con un ulteriore memoriale comune, comprendente copie dei soliti diplomi attestanti privilegi e immunità (con ogni probabilità viene presentato insieme agli atti anche il volumetto stampato in precedenza), con l’aggiunta di una breve storia dei due istituti e inoltre alcune dissertazioni dottrinali, sviluppate sulla base di documenti conciliari. Tale materiale viene inoltrato nel corso del 1743 alla sacra congregazione del Concilio, presso cui viene istruita la causa, la quale si protrae fino all’anno seguente [8].

Sia il monastero del Senatore che quello di Teodote vengono soppressi dal governo della repubblica Cisalpina sul finire del secolo XVIII [9]; quindi le loro proprietà, passate all’amministrazione del Fondo di Religione, sono parcellizzate e rapidamente vendute all’asta. I locali del monastero di Santa Maria Teodote, dopo diversi passaggi di proprietà, divengono, e sono tuttora, sede del Seminario diocesano [10].

Le carte antiche e moderne dei rispettivi archivi dopo le soppressioni restano depositate per alcuni anni a Pavia, nella chiesa del Carmine [11], insieme a quelle di numerosi altri enti religiosi che avevano subito la medesima sorte. Nel 1813 tutta la documentazione viene trasferita a Milano, nell’Archivio generale del Fondo di Religione presso S. Fedele. È a questo periodo che si può attribuire la sparizione di numerosi documenti dagli archivi di provenienza e la loro raccolta in collezioni private, spesso con la complicità dei superiori stessi dei monasteri, che pensavano così di salvaguardare la memoria del loro istituto. Una parte di tale materiale documentario si può trovare oggi nelle raccolte membranacee della biblioteca Universitaria e della biblioteca civica «Carlo Bonetta» di Pavia, dove è pervenuto in seguito ad acquisti o donazioni. Anche gli archivi dei nostri due monasteri non furono immuni dalle sottrazioni: tra le pergamene della biblioteca Bonetta sono stati rinvenuti infatti alcuni documenti provenienti da entrambi i tabularia; più rilevante il nucleo di diplomi regi e imperiali che dall’archivio del monastero di Santa Maria Teodote migrò verso la biblioteca Ambrosiana [12].

L'archivio del monastero di Santa Maria del Senatore

L’archivio superstite del monastero di Santa Maria del Senatore conserva documenti originali solo dalla fine del secolo XI, nonostante la fondazione del cenobio sia da collocare nei primi decenni dell’VIII secolo, fatta eccezione per un diploma di Lotario II del 947 settembre 23 [13].

Colmano il vuoto documentario dei primi secoli alcune copie tarde, per lo più di documenti pubblici, e numerosi regesti del secolo XV, compilati in seguito a un riordino generale dell’archivio, di cui si parlerà in seguito. Si trovano notizie indirette di ulteriori documenti deperditi in alcune carte successive, come per esempio nel diploma di Berengario del 951 settembre 22 [14]. Infine tre carte, apparentemente pervenute in copia del secolo XII, fra cui il documento di fondazione del monastero, sono risultati falsi opportunamente congegnati proprio in quest’ultimo periodo [15]. La silloge ricostituita comprende quindi a oggi 114 documenti in forma originale, una notitia dorsale di cui manca la redazione in mundum, 17 carte in copia tarda e 22 regesti, tra cui 20 del secolo XV e 2 del secolo XIX [16], per un totale di 154 pezzi. Il materiale documentario è conservato pressoché interamente nell’Archivio di Stato di Milano, eccetto i documenti nn. 39 e 52, che si trovano fra le Pergamene comunali della biblioteca civica Carlo Bonetta di Pavia.

Le carte d’archivio non lasciano trasparire alcun ordinamento sistematico fino al secolo XV inoltrato. Fra le note apposte sul verso delle pergamene infatti, escludendo quelle riconducibili ai notai che redigono gli atti, sono state segnalate nell’edizione diverse annotazioni del secolo XIII e XIII-XIV, che tuttavia non sono riconducibili a una medesima mano, né a un criterio classificatorio esplicito.

Solo dopo la metà del secolo XV viene avviato il riordino delle carte [17] secondo un progetto organico tuttora riconoscibile per la presenza di un inventario dettagliato, nel quale sono registrati numerosi pezzi, dai primi testimoni disponibili fino ai negozi degli ultimi anni del secolo [18]: il manoscritto, conservato nell’Archivio Diplomatico dell’ASMi, cartella 661, si presenta diviso in sezioni, ognuna recante una intitolazione: nella prima vengono registrati i privilegi conferiti da autorità pubbliche, ulteriormente divisi tra documenti emanati da autorità laiche e documenti di origine ecclesiastica; nelle sezioni successive sono elencate le carte private, che risultano ordinate topograficamente e per tipologia di negozi [19]. Riguardo i documenti pubblici, le donazioni e i lasciti testamentari, costituenti la sezione più imporante dell’intero archivio, l’operatore quattrocentesco dichiara di aver utilizzato uno strumento già esistente nel deposito: si tratta di un «quaternus … in papiro ligatus in una carta caprina … in foliis quadragintaquinque», nel quale erano stati regestati o parzialmente trascritti tali documenti, e sulla base del quale egli compila spesso i suoi regesti in duplice copia; oggi tale quaternus è deperdito, così come il «liber unus de carta» contenente la documentazione relativa al processo contro il vescovo pavese svoltosi nei primi anni trenta del secolo XV, «pro exemptione et imunitate ipsius monasterii», anch’esso menzionato dall’operatore in quanto riportava la trascrizione del documento di fondazione e dei privilegi dei papi Silvestro II e Alessandro II.

Il disegno complessivo del riordino doveva certamente consentire una più facile e immediata reperibilità dei pezzi per l’utilizzo amministrativo: non vi risultano infatti registrate alcune carte afferenti a località nelle quali il monastero era scarsamente presente [20], o aveva alienato da tempo i propri possessi [21], nonché carte di contenuto diverso [22]. Se la mancata registrazione di alcuni pezzi può essere inoltre dovuta a una svista dell’operatore [23], non passa inosservata la più significativa assenza in inventario della quasi totalità del corpus documentario concernente i beni del Senatore in Voghera, in particolare l’intero dossier sul ponte della Staffora, con annesse domus e cappella monastica intitolata a Sant’Ilario. È assai probabile che il materiale documentario relativo a tali beni fosse già raccolto in un fascicolo, conservato forse in un altro luogo rispetto al deposito principale, e per questa ragione sfuggito alla registrazione [24].

Dei 154 documenti redatti entro la fine del secolo XII e costituenti la silloge qui edita, ne sono inventariati 84. Tutte le pergamene così catalogate presentano sul dorso una segnatura numerica o alfabetica, tracciata in china e di grande formato, che rimanda a un regesto corrispondente nell’inventario. Attraverso tale prezioso strumento è possibile fotografare con una buona approssimazione la consistenza dell’archivio alla fine del secolo XV e accertare l’esistenza di numerose carte in seguito perdute [25], fra cui numerosi privilegi conferiti al cenobio entro l’XI secolo. Il diploma concesso da Berengario nel 951 settembre 22, pervenutoci solo in copia del 1413, contiene menzione, come si è già rilevato, di ulteriori diplomi concessi da precedenti sovrani, di cui non si trova traccia neppure in inventario, lasciando quindi intendere che una parte rilevante dell’antico archivio fosse già mancante all’epoca del riordino.

Di alcuni diplomi in seguito perduti si conserva copia redatta nel 1413 dal notaio pubblico Sebastiano de Georgiis [26]: il notaio venne incaricato da Bertolina de Medicis, badessa del monastero nel primo quarantennio del secolo XV, di redigere copie autentiche degli antichi documenti comprovanti le immunità di cui godeva la sua istituzione. Tali carte furono esibite durante la controversia giudiziaria che il monastero del Senatore sostenne contro il presule diocesano Francesco Pizolpasso fra il 1431 e il 1436 [27]. Gli originali corrispondenti restano sicuramente custoditi nell’archivio fino alla fine del secolo, come dimostra la loro segnalazione in inventario.

La successiva circostanza - documentata dalle scritture preparatorie ancora oggi conservate - nella quale il monastero si trova a dover esibire gli antichi attestati di diritti e immunità ha luogo più di due secoli dopo, nella seconda metà del Seicento, quando, operando ormai in comunione con il monastero di Santa Maria Teodote, allestisce un dossier comprendente i privilegi ottenuti da entrambi i cenobi, allo scopo di ottenerne conferma da parte del re Carlo II. In tale frangente il notaio pubblico Pietro Silvio Zanacchi, incaricato dell’operazione, non pare più preoccuparsi di accertare l’effettiva presenza degli antichi originali all’interno del tabularium, accontentandosi di trarre le sue copie da quelle a suo tempo redatte da Sebastiano de Georgiis. La decisione successiva di pubblicare a stampa l’intero dossier documentario cancella di fatto la necessità, anche per il periodo successivo, di ricorrere ai pezzi originali, ammesso che ancora fossero reperibili [28].

Il monastero del Senatore viene soppresso dal governo della repubblica Cisalpina nell’aprile del 1799 [29]. Negli anni immediatamente successivi, mentre la documentazione è depositata a Pavia, alcune carte vengono sottratte dall’archivio originario ed entrano a far parte di collezioni private: ne abbiamo testimonianza dalle due pergamene oggi conservate nella biblioteca civica, lì pervenute in seguito a donazioni o acquisizioni successive. D’altra parte il canonico pavese Siro Comi, incaricato dal governo cisalpino di riordinare gli archivi degli enti religiosi soppressi in vista del loro trasferimento da Pavia a Milano, in una nota manoscritta datata 1803, intendendo elencare i privilegi appartenenti all’antico tabularium del Senatore, si limita a citare quelli tuttora ivi conservati, seppur in copia tarda [30].

I possedimenti del monastero in base alle elargizioni sovrane si estendono in vasti territori, anche molto distanti dalla città di Pavia, dove pure poteva contare sulla proprietà di una vasta zona nei pressi di porta Marenca, entro e fuori le mura della città: dalle testimonianze documentarie risultano numerose curtes nei territori di Como, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Verona, Novara, nel Monferrato, nel Canavese, ma soprattutto nel territorio di Voghera e nell’Oltrepò pavese. Proprio in questa zona si concentrano con l’andare del tempo, mentre i beni più lontani vengono via via alienati, poiché di difficile controllo e gestione. In particolare, già a partire dal secolo XII, la politica patrimoniale del monastero si concentra nell’acquisizione e implementazione del suo patrimonio in Voghera e nel suo territorio, con l’importante possesso della chiesa di Sant’Ilario e del ponte a essa adiacente, e la progressiva acquisizione del castrum di Mondondone. Il cospicuo materiale documentario riguardante tali possedimenti ha consentito agli studiosi di approfondire diverse tematiche legate al possesso e all’amministrazione del territorio. La bibliografia più significativa, relativa a singoli pezzi o a interi dossier costituenti la silloge, è stata segnalata nelle note introduttive ai documenti.

Note

[1] Il monastero di Santa Maria del Senatore viene accolto nella Congregazione con bolla emanata dal capitolo generale dell’ordine, il 1450 maggio 13 (cf. originale in ASMi, AD, pergamene, Santa Maria del Senatore, cart. 664); il papa Pio II sancisce il suo avvenuto ingresso in Santa Giustina nel 1459 (cf. TROLESE, L’atteggiamento del monachesimo, p. 134); il monastero di Santa Maria Teodote vi entra alcuni anni più tardi, con bolla emanata dal capitolo generale della Congregazione il 29 aprile 1474 (cf. ASMi, AD, pergamene, Santa Maria Teodote, cart. 679). La Congregazione riformata di Santa Giustina di Padova, fondata da Ludovico Barbo, abate del monastero omonimo dal 1409, nasce formalmente con la bolla di papa Martino V del 1° gennaio 1419 «Ineffabilis summi providentia Patris». Tale documento fornisce le linee generali della legislazione interna della Congregazione. In particolare qui occorre ricordare alcune norme essenziali cui dovevano attenersi i monasteri membri: osservanza più stretta alla regola benedettina, unione fra i membri, i quali dovevano considerarsi come un solo corpo - da cui la Congregazione prenderà la denominazione «de unitate» -, sottomissione alla direzione dei monaci di Santa Giustina. I poteri e le competenze del capitolo generale, organo di governo primario della Congregazione, erano estesi sia alla sfera spirituale che a quella temporale, con facoltà di esercitare il potere legislativo e quello giudiziario. Quattro «visitatori» scelti fra i membri del consiglio erano di volta in volta inviati a riformare i monasteri e a controllarne la rigorosa osservanza della regola e il corretto funzionamento dell’amministrazione. La concezione unitaria non interferisce nell’autonomia di ciascun istituto, per quanto riguarda la gestione del patrimonio, e comporta la uguale dignità di tutti i membri, senza prevaricazione dell’uno sugli altri, e la possibilità di trasferimento dei monaci da un cenobio a un altro all’interno della Congregazione. Per quanto riguarda l’elezione dei superiori, il regolamento aboliva le cariche a vita, dapprima stabilendo che il capitolo di ogni monastero potesse eleggere il proprio superiore, in piena autonomia e con scadenza annuale, successivamente condizionando l’elezione all’approvazione del capitolo generale di Santa Giustina (cf. WITTERS, La legislazione monastica, pp. 211-217).

[2] Si cita a esempio un fascicolo manoscritto sine data, forse del sec. XVII-XVIII, intitolato: «Unione al monastero della Pusterla. Raggioni per le quali il monastero Senatore non deve esser unito alla Pusterla o ad altro monastero». Lo scritto è organizzato come un vero e proprio memoriale, da inviare forse alla Santa Sede, diviso in quattordici voci: cf. ASMi, FR, p.m., cart. 6218.

[3] I consiglieri delegati dalla Congregazione di Santa Giustina per la città di Pavia erano gli abati dei monasteri di Santo Spirito e San Salvatore. Il primo era entrato a far parte della Congregazione riformata già dai suoi esordi, grazie alla presenza di monaci pavesi fra i primi discepoli di Ludovico Barbo (cf. TROLESE, Ricerche sui primordi, pp. 114 e 119); il monastero di San Salvatore era stato riformato nel 1451 (cf. FORZATTI-GOLIA, Istituzioni ecclesiasiche, pp. 373-374).

[4] I documenti relativi, rispettivamente del 1473 agosto 23 e 1474 aprile 30 sono in ASMi, AD, pergamene, cart. 679.

[5] Il documento è consultabile in ASMi, Bolle e brevi, cart. 43.

[6] I documenti copiati sono, per il monastero di Santa Maria Teodote: Berengarii I regis diploma. 899 marzo 28 (alla data 898); Ottonis III imperatoris diploma. 1001 aprile 20; Blancae Mariae Sfortiae diploma. 1450 maggio 25 (alla data 1451); Ludovici Sfortiae diploma. 1487 giugno 1 (con la successiva conferma del medesimo duca in data 1495 dicembre 18). Per il monastero di Santa Maria del Senatore sono, nell’ordine: Berengarii et Adelberti regum privilegium. 951 settembre 22; Henrici III imperatoris privilegium. 1054 febbraio 19; Federici I imperatoris diploma. 1161 aprile 19; Eugenii papae IV sententia. 1434 giugno 4; Alexandri papae II bulla. 1060-1072 (alla data 1061 aprile 26); Privilegium Ludovici Sfortiae. 1495 giugno 5 (che contiene un diploma di Francesco Sforza del 1449 aprile 8); Privilegium Ludovici regis, et ducis Mediolani. 1499 ottobre.

[7] Diverse copie del volumetto, pubblicato sine data, si trovano in Archivio di Stato di Milano, nella sezione Culto, p.a., cart 1969; in Archivio Diplomatico, pergamene, cart. 681; nel Fondo di Religione, p.m., cart. 6041; quest’ultima cartella contiene anche il materiale manoscritto preparatorio per il monastero di Santa Maria Teodote. Il materiale preparatorio proveniente dall’archivio del Senatore si trova invece nel Fondo di Religione, p.m., cart. 6206. Se ne riporta qui almeno l’incipit: Caroli II privilegium regiis monasteriis S. Mariae Theodotae vulgo Pusterlae et SS. Mariae et Aureliani vulgo Senatoris concessum regum, ducumque praedecessorum, vetera privilegia referens, & confirmans.

[8] La documentazione relativa si può consultare in ASMi, FR, p.m., cart. 6041; Culto, p.a., cart. 1969. Una rapida sintesi della controversia si può trovare in ANSANI, Lo scisma, p. 32 (nota 68).

[9] La soppressione della maggior parte dei monasteri pavesi avviene con decreto emesso fra marzo e aprile del 1799: cf. in merito GUDERZO, La Chiesa pavese, p. 373.

[10] Cf. almeno GIANANI, Il monasterium Theodotis, in partic. le pp. 167-178; per quanto riguarda il destino degli immobili del monastero del Senatore si rinvia a GIANANI, I cento anni dell’istituto di Senatore, pp. 132-135.

[11] Cf. E. BARBIERI, L’archivio antico, pp. 37-74; ID., Fonti documentarie, pp. 53-64.

[12] Per la precisa segnalazione delle carte corrispondenti cf. introduzione ai rispettivi archivi.

[13] Cf. doc. n. 5; la prima carta privata è invece una permuta del 1091 marzo 12 (doc. n. 18).

[14] Il doc. n. 6: vi sono menzionati ben sei diplomi precedentemente concessi al cenobio, di cui tre irrimediabilmente perduti, segnalati però anche dal Boehmer.

[15] Si tratta dei documenti nn. 1 (Cartula donationis et oblationis. 714 novembre 27, Pavia), 9 (Silvestri pape II bulla. 1001 gennaio 13, Roma), 14 (Carta investiture. 1066 ottobre 28, Porlezza). Per quanto riguarda il documento di fondazione e il privilegio di Silvestro II si rinvia ai lavori di M. ANSANI, Lo scisma, pp. 29 e 43; ID., Sul tema del falso, pp. 21-34. Sulla carta del 1066 ottobre 28, si rimanda invece al contributo di E. CAU, Il falso, pp. 225-229.

[16] Questi ultimi tratti dal Catalogo delle pergamene dell’Imperial Regio Archivio diplomatico compilato da Giuseppe Cossa e Luigi Ferrario dopo il 1840, riferiti a pezzi smarriti dopo l’ingresso nell’Archivio di stato di Milano.

[17] Poiché proprio in questo periodo si colloca l’ingresso del monastero nella Congregazione riformata di Santa Giustina, la quale nelle Declarationes in Regulam, al capitolo 32 fornisce indicazioni sulla conservazione del materiale documentario (cf. TROLESE, L’archivio dell’abbazia di S. Giustina, p. 98), non è da escludere che a tale circostanza si debba ricondurre la decisione del riordino.

[18] Il manoscritto cartaceo è formato di ff. I, 80, solo parzialmente numerati (nella silloge si è fatto pertanto riferimento alla numerazione complessiva recente); composto di 4 fascicoli: 118, 212, 314, 436(42-6) (caduta degli ultimi 6 fogli, con perdita del testo); bianche le cc. 11v, 16v, 17v-18v, 26r, 28v, 33r-44v, 48v, 50v, 60v-62v, 63v, 70r. La copertura è membranacea, da un manoscritto del secolo XV (la descrizione dell’inventario e la suddivisione del medesimo sono qui ripresi da ANSANI, Lo scisma, p. 3, nota 5).

[19] Le sezioni recano i titoli che qui si riportano sinteticamente: cc. 1r-2v: «§ Privilegia et bulle apostoliche»; cc. 3r-11r: § Privilegia inperialia»: la divisione così prefigurata non corrisponde tuttavia alla realtà, perlomeno per quanto riguarda la seconda serie, dove risultano catalogati numerosi pontifici; abbondano tuttavia anche lettere di contenuto giudiziario emesse da cardinali, commissari e suddelegati apostolici, organizzate secondo criteri non cronologici ma che sembrano rispecchiare – almeno in parte – una sistemazione precedente dell’archivio (di ciascun documento, difatti, l’operatore riporta la segnatura numerica riscontrabile nel verso, che non pare vergata dalla sua mano); in totale, sono registrati 104 pezzi. I documenti privati sono ordinati secondo le seguenti suddivisioni: cc. 12r-13v: «Sententie diverse monasterii Senatoris Papie»; cc. 14r-16r: «Acquista monasterii … pro bonis existentibus in civitate Papia … et suburbiis»; c. 17r: «Transactiones monasterii … pro bonis Papie, Burgirati et Sicomario Papie»; cc. 19r-25v: «Investiture perpetue monasterii … pro bonis, domibus, apotehis et campis sitis in civitate Papie et in burgis et in Sicomario Papie»; cc. 26v-28r: «Investiture temporalles pro bonis de Papia et burgis et de Sicomario Papie»; cc. 29r-31v: «Concessiones monasterii … pro bonis Papie, Burgirati, Sicomario Papie et etiam in partibus circumstantibus»; c. 32r: «Processus monasterii … pro bonis et causis de Papia»; c. 32v: «Sindicatus et procurationes»; cc. 45r-46r: «Iura pro posessione turris Saliceti que dicitur de la Abbatissa de Ultrapadum, prope Pizalle»; cc. 47r-48r: «Testamenta et ultime voluntates»; cc. 49r-50r: «Acquista pro bonis Montisdondoni … situm Ultrapadum, comitatus Papie»; cc. 51r-52v: «Cambia, conventiones et divixiones pro bonis Montisdondoni»; cc. 53r-60r: «Investiture proprietatum et bonorum monasterii … loci Montisdondoni perpetue»; c. 63r: «Investiture temporalles … Montisdondoni»; c. 64r-v: «Compromissa …»; cc. 65r-68v: «Acquista monasterii … pro bonis, domibus et proprietatibus tere Viquerie de Ultrapadum, comittatus Papie, iuris ipsius monasterii»; c. 69r-v: «Cambia et divixiones pro bonis Viquerie»; c. 70v: «[…] de Viqueria»; cc. 71r-72v: «Denuntiationes et protestationes …»; cc. 73r-75v: «Compromissa et confessiones Viquerie …»; cc. 76r-80v: «Investiture perpetue … Viquerie» (incompleto). Sono catalogate, in totale, 818 unità documentarie (fra pergamene, libri, dossier).

[20] Come a esempio i documenti nn. 15 (Forotondo, comune di Fabbrica Curone, Al), 52 (Cuspiragum), 70, 128 (Bardabiagum), 119 (Gualdrasco, comune di Bornasco, Pv), 121 (Casteggio, Pv), 134 (Coçinbrium).

[21] In particolare non risultano inventariati i documenti sui beni di Porlezza, definitivamente alienati nel corso del Duecento, e riguardo i quali sono stati reperiti, entro la fine del secolo XII, i docc. nn. 14 e 117.

[22] Cf. i docc. nn. 33 (venditio), 34 (carta dotis), 143 (cartula querimonie).

[23] A esempio per i docc. nn. 18, 132, 147 (riguardanti il territorio urbano della città di Pavia).

[24] La necessità di raccogliere separatamente tale documentazione era dovuta sicuramente alla rilevanza economica e strategica, nonché alle difficoltà di gestione delle proprietà di Voghera: la presenza ingombrante di un possesso monastico pavese entro il territorio di pertinenza della diocesi di Tortona, proprio in un luogo di confine tra le due giurisdizioni ecclesiastiche, nonché l’interesse rivestito dal controllo del ponte sulla Staffora, ubicato sul percorso della strada Romea, genera infatti, a partire dagli ultimi decenni del secolo XII, frizioni sempre più forti tra il monastero del Senatore, spalleggiato dal proprio vescovo, e la pieve di San Lorenzo di Voghera, che agisce nel nome dell’episcopato tortonese, dando origine a una controversia che si protrarrà a lungo: per un approfondimento su tali vicende, che non è opportuno qui ripercorrere, si segnalano almeno gli importanti contributi di SETTIA, Strade e pellegrini nell’Oltrepò pavese, in Chiese, strade e fortezze, pp. 303-331; MERLO, La nascita di una parrocchia: la cappella di Sant’Ilario di Voghera, in Forme di religiosità, pp. 83-146.

[25] Entro il sec. XII ne sono elencate 20. Costituendo l’unica testimonianza di tali negozi, i regesti relativi a tali documenti sono stati inseriti nella silloge e segnalati come Regesti, Inventario (sec. XVex).

[26] Sono i docc. nn. 6 e 13.

[27] Un’analisi della controversia a partire dai testimoni superstiti si può trovare in ANSANI, Lo scisma, pp. 32-37. La vicenda giudiziaria qui solo accennata è l’ultima circostanza in cui il monastero del Senatore agisce quale attore indipendente nei confronti di un’autorità pubblica; l’ingresso nella grande Congregazione riformata di Santa Giustina infatti, muterà radicalmente l’assetto giuridico del cenobio, sottoponendo il medesimo al controllo giurisdizionale e amministrativo degli abati dei monasteri di Santo Spirito e di San Salvatore, referenti della Congregazione nella città di Pavia.

[28] Nel corso del secolo XVIII, infatti, in occasione dell’ennesima controversia con il vescovo diocesano, questa volta nella persona di Francesco Pertusati, i due monasteri pavesi producono un carteggio da inviare alla Sacra Congregazione del Concilio, presso cui si istruisce la causa, contenente il volume realizzato precedentemente con le copie dei privilegi, oltre ad alcuni fascicoli, pure a stampa, comprovanti i diritti di esenzione ab antiquo ottenuti da ciascuno.

[29] La conferma si ricava da alcune lettere inviate dall’ultima badessa del monastero, Isabella Scolastica Folperti, al regio amministratore del Fondo di Religione, tra cui una recante la data del 22 luglio 1799 (cf. ASMi, Amministrazione del Fondo di religione, cart. 2503), nella quale la badessa ricorda che la chiusura del suo convento risale al precedente mese di aprile.

[30] La nota manoscritta si trova in ASMi, FR, p.a., cart. 6131.

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