Lombardia Beni Culturali

Presentazione

Il patrimonio documentario lombardo tramandato dai primi secoli del Medioevo sino alla matura età comunale è notoriamente vasto e disperso; la vicenda storica – soprattutto dell’età moderna – ha comportato non solo la concentrazione di antichi archivi ecclesiastici e monastici nelle sedi di Archivi di Stato, ma anche una migrazione di materiali (a seguito di incorporazioni, smembramenti, vendite) verso luoghi assai lontani rispetto a quelli di originaria conservazione. A tutt’oggi, la rievocazione storica delle vicende e dei mutamenti (politici, istituzionali, ecclesiastico-religiosi, economici) che hanno caratterizzato i territori racchiusi dai confini attuali della Lombardia nell’epoca considerata (secoli VIII-XII), non ha potuto contare su un corpus omogeneo di fonti criticamente edite; il mosaico è caratterizzato da forti discontinuità, sia cronologiche sia di qualità delle edizioni disponibili.

D’altra parte, la ricerca sulle carte orientata all’edizione ha elaborato – a partire dalla fine dell’800, e dunque senza risalire ai frutti migliori della stagione erudita – una certa varietà di modelli e soluzioni (nonché un inesausto dibattito sul metodo e sui criteri di edizione), il cui impiego da parte degli storici è normalmente mediato dalla necessaria consapevolezza circa le condizioni operative e culturali entro cui quelle imprese (e quei modelli) videro la luce. Pare dunque utile, nella presentazione di quest’opera progettata e diffusa esclusivamente con gli strumenti delle moderne tecnologie digitali, offrire una breve (non critica, e neppure esaustiva) rassegna sul panorama delle fonti a stampa disponibili (o perlomeno delle più significative di esse) per uno studioso di cose e di carte che per comodità definiamo ‘lombarde’.

Certamente si potrebbe cominciare da Muratori, o dall’Italia Sacra di Ferdinando Ughelli: le dissertazioni muratoriane e le storie vescovili e diocesane dell’Ughelli sono notoriamente accompagnate da trascrizioni di testi documentari (oltre che di altra natura) accuratamente selezionati. Discorso storico e documenti si alternano anche, per esempio, nel Codex diplomaticus civitatis et ecclesiae Bergomatis di Mario Lupo, pubblicato alla fine del ’700; così come una consistente appendice documentaria fu aggiunta dal Giulini alle sue Memorie di storia milanese. Quel secolo si chiuse con l’edizione delle carte santambrosiane più antiche (secoli VIII-IX) da parte di Angelo Fumagalli (Codice Diplomatico Sant’Ambrosiano, pubblicato però nel 1805, dopo la morte del Fumagalli); e, naturalmente, con la concentrazione degli archivi delle istituzioni religiose soppresse presso il costituendo Fondo di Religione dell’Archivio di Stato di Milano.

Il primo tentativo di raccolta sistematica (seppure, nella realizzazione, largamente incompleta) di carte e diplomi scritti nella e per l’area del regno longobardo fu promosso da Porro Lambertenghi con il Codex Diplomaticus Langobardiae (1873), che si arresta all’anno 1000, criticamente quasi del tutto inaffidabile; seguirono, a distanza di qualche decennio, le edizioni schiaparelliane, fortemente debitrici, come si sa, della metodologia adottata per l’edizione dei diplomata nei Monumenta Germaniae Historica (serie, ordinata per regni, cui ovviamente è necessario ricorrere per questa tipologia di documenti). Certamente, con il Codice diplomatico longobardo (CDL) di Luigi Schiaparelli e di Carl-Richard Brühl (i due volumi curati da Schiaparelli, che escludono i diplomi regi, risalgono rispettivamente al 1929 e al 1933), tutta la documentazione ‘settentrionale’ superstite di età precarolingia gode di un’autorevolissima edizione (alla quale oggi si affiancano i volumi delle Chartae latinae antiquiores, che si stanno già spingendo fino al IX e al X secolo, ordinati per città e per archivio, e che contengono oltre ai testi splendide riproduzioni delle pergamene), limitata solo dalla difficoltà di integrare la valutazione critica delle singole testimonianze con la conoscenza della formazione, delle vicende e della composizione degli archivi (quasi sempre di chiese o monasteri) che le hanno conservate e tramandate. Lo stesso si può dire per i diplomi rilasciati dai titolari del Regnum Italiae tra fine IX e metà X secolo, pure studiati e raccolti da Luigi Schiaparelli fra il 1903 e il 1924; e, per restare nell’ambito della documentazione di carattere cosiddetto ‘pubblico’, per la silloge dei placiti (o notitiae iudicati, vale a dire le scritture destinate a verbalizzare i processi governati da re e imperatori o da altre autorità per delega regia e/o imperiale) curata da Cesare Manaresi, che prosegue sino alla fine dell’XI secolo (tre volumi, dati alle stampe fra il 1955 e il 1960).

L’edizione del CDL, dei placiti e dei diplomi regi è stata promossa dall’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, che in un’altra serie (i Regesta chartarum Italiae) ha incanalato la pubblicazione di materiali (in forma di trascrizione parziale) provenienti, fra gli altri, dalla canonica di S. Maria del Monte di Velate (a cura di Cesare Manaresi: 1937) e da chiese e monasteri mantovani (Pietro Torelli: 1914). Alla stessa epoca (primi decenni del ’900) risalgono anche edizioni (qualitativamente scarse) di carte relative a Pavia e al suo territorio nella ‘Biblioteca della Società Storica Subalpina’. E ancora a quel periodo – e ancora all’attività di Cesare Manaresi – risale la collezione (risultante da una sistematica cernita compiuta entro la documentazione superstite) degli Atti del Comune di Milano, pubblicata nel 1919 e relativa a tutte le testimonianze scritte (comunque tràdite) dell’attività politica, amministrativa e giurisdizionale del comune per il periodo anteriore alla redazione del Liber consuetudinum (1216).

Nel secondo dopoguerra, e in special modo a partire dall’ultima parte del secolo scorso, viene senz’altro meno ogni cornice progettuale ed editoriale di qualche rilievo; alle imprese coordinate dall’ISIME si affiancano (e per certi aspetti si sostituiscono) iniziative avviate o patrocinate da una certa varietà di istituzioni diverse (archivi, istituti universitari, amministrazioni comunali e provinciali, fondazioni culturali; prosegue anche, ma a ritmo ‘ridotto’, l’attività editoriale destinata alla produzione di fonti delle tante società storiche locali) o addirittura da singoli studiosi. Mutano, diversificandosi, anche i criteri di selezione dei documenti destinati all’edizione. In continuità cronologica con l’opera del Porro Lambertenghi si pone l’edizione degli Atti milanesi e comaschi dell’XI secolo (avviata già nel 1933, e completata alla fine degli anni ’60), curata da Cesare Manaresi e Caterina Santoro; già note soprattutto attraverso l’edizione del Porro e dello Schiaparelli, ma accompagnate dall’edizione del fac-simile (in un’impresa mirata alla valorizzazione del più prestigioso fondo dell’Archivio di Stato di Milano), le carte edite dal Natale nel monumentale Museo Diplomatico. Comparsi fra gli anni ’70 e ’80, i quattro volumi di Le carte cremonesi dei secoli VIII-XII, a cura di Ettore Falconi, si limitavano (benché sua intenzione fosse di estendere il campo d’indagine) ai fondi conservati presso i depositi cremonesi, e sono purtroppo privi di indici analitici. Ispirata a criteri selettivi minimi, destinata cioè a radunare documentazione ordinandola sulla base dell’attuale assetto archivistico, è la serie ‘Pergamene milanesi dei secoli XII-XIII’, coordinata da Maria Franca Baroni (avviata negli anni ’80); analoga impostazione, ma con la distribuzione di fac-simili sciolti allegati ai singoli volumi (tre, comparsi fra il 1988 e il 2000), caratterizza la raccolta delle ‘Pergamene degli archivi di Bergamo’, a cura di Mariarosa Cortesi e di Alessandro Pratesi (l’impresa ha sinora riguardato la documentazione anteriore al XII secolo).

Recuperando una prospettiva del tutto superata nell’ultimo secolo e mezzo, ha preso l’avvio in anni recenti l’edizione (1993) di fonti documentarie di pertinenza del monastero di S. Benedetto Po, che proprio nel titolo (Codice diplomatico polironiano) pare voler sottolineare il richiamo a una tradizione ‘antica’. Infine, sono da segnalare le edizioni, basate su di una ricerca che ricorre a tutti gli strumenti disponibili per ricostruire la fisionomia e la composizione degli antichi tabularia, (prescindendo cioè dalle attuali sedi di conservazione), delle carte di S. Pietro in Ciel d’Oro (1984), S. Maria di Morimondo (1994), S. Pietro in Monte di Serle (2000), curate da Ezio Barbieri, Ettore Cau e Michele Ansani, tutte qui riproposte in versione elettronica. Come risulta evidente da questa affatto sistematica ricognizione (che andrebbe completata con la segnalazione di codici diplomatici minori e di aree periferiche, di edizioni originate da tesi di laurea e di dottorato o da committenza locale, nonché dalla menzione di appendici e supplementi documentari presenti in opere monografiche e in saggi di rivista), molta ricerca è ancora da affrontare, soprattutto sulla documentazione dell’XI e del XII secolo; parecchi – e importanti – restano i nuclei di antiche carte che, sebbene noti e spesso utilizzati in opere storiche di ottimo profilo, sono ancora da studiare in vista di un’edizione critica: sia sufficiente, qui, ricordare i fondi pergamenacei trasmessi dai monasteri di S. Ambrogio di Milano e S. Giulia di Brescia.

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Con questo Codice diplomatico della Lombardia Medievale (CDLM) si intende mettere progressivamente a disposizione degli studiosi – riproponendo nella nuova forma digitale edizioni già note (di alcune si è appena fatta menzione), avviando nuovi cantieri, proseguendo nella ricerca di materiali inediti o poco conosciuti –, in un unico ambiente e con alcuni indispensabili strumenti di ricerca, la documentazione d’archivio prodotta, conservata e tramandata da chiese e monasteri ‘lombardi’ o proveniente (ma a noi giunta soprattutto attraverso gli archivi di quelle stesse chiese e di quei monasteri) dalle cancellerie delle massime autorità politiche e religiose e dai comuni cittadini fra l’VIII e il XII secolo. Lo schema adottato è quello del codice diplomatico territoriale; evidentemente con correzioni d’impianto rispetto al modello tradizionale che, sebbene risulteranno stemperate dall’architettura ipertestuale, mirano a rappresentare qualcosa di diverso da una semplice strategia tecnico-editoriale: sia perché è ormai solo la disponibilità sistematica di fonti vagliate ed edite criticamente a poter alimentare e potenziare la ricerca documentaria e medievistica in generale per i secoli anteriori perlomeno al XIII; sia perché questa sistematicità insiste e deve anzitutto insistere e concentrarsi su aree di tradizione documentaria e giuridica omogenea; sia perché sembrerebbero le stesse potenzialità della rete e dei linguaggi digitali a consigliare l’adozione di un simile obiettivo programmatico. Perlomeno da quest’ultimo punto di vista, e pur nella diversa genesi e nel diverso assestarsi dei progetti che si sono avviati un po’ dovunque in Europa, le tendenze si assomigliano, e non pare una casualità.

Sembra questo, e per certi aspetti lo è, un ritorno al passato. Si ricomincia da archetipi – i grandi codici diplomatici, le grandi collezioni storiche – cui siamo abituati a guardare con la tipica ammirazione che un’epoca non erudita manifesta di fronte ai frutti migliori e ai monumenti della stagione erudita. Che vanno assegnati, non occorre dirlo, a una precisa tradizione. Curiosamente, gli spazi aperti dalle cosiddette nuove tecnologie ne palesano l’attualità sul piano operativo, anche se poi, di frequente, questo piano inclina le responsabilità editoriali più sul lato dell’ingegneria informatica applicata che su quello del patrimonio storico-testuale. Ma questi archetipi, se sottoposti a una corretta traduzione e a un processo di aggiornamento e adeguamento di fini e procedure, se non verranno soltanto e semplicemente consegnati al bricolage iper- e multi-mediale, potrebbero precisamente contribuire al mantenimento e all’arricchimento di quella tradizione; e riconquistarsi, proprio in questa fase, non soltanto la dignità di un modello tecnico-operativo, ma quella di un autentico modello culturale.

Michele Ansani

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